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L14-MERCATORUM · Scienze Giuridiche — Mercatorum

Diritti umani e sicurezza L14 Mercatorum

Diritti umani e sicurezza è l'esame da 9 CFU (settore IUS/01) del 1° anno del profilo Scienze giuridiche per la criminologia, l'investigazione e la sicurezza del corso di laurea L14 Scienze giuridiche di Mercatorum. Studia come la tutela dei diritti fondamentali, dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo al giusto processo, si concilia con la sicurezza: il terrorismo internazionale, le politiche di polizia in Europa e in Italia, la sicurezza urbana, la devianza giovanile, la sicurezza stradale e l'immigrazione.

Il programma ufficiale del piano A.A. 2026/2027 è il codice 0142509IUS01I, di 45 lezioni; chi ha il piano A.A. 2024/2025 trova il codice 0142009IUS01I, di 54 lezioni. Chi ha già studiato Diritto Costituzionale riconosce i diritti fondamentali, i reati di terrorismo si ritrovano in Diritto Penale e la polizia amministrativa locale in Diritto Amministrativo.

Scheda materia
9
CFU
1°
Anno
IUS/01
SSD
0142509IUS01I
Codice (45 lezioni)
Indirizzo
Profilo Scienze Giuridiche Per La Criminologia, L'investigazione E La Sicurezza

Stai preparando Diritti umani e sicurezza? Nel gruppo trovi riassunti, schemi di studio e materiali condivisi dagli studenti.

Obiettivi formativi ufficiali

  • Comprendere in modo approfondito i diritti umani fondamentali sanciti dai documenti internazionali, come la Dichiarazione universale dei diritti umani e la Convenzione europea dei diritti dell'uomo
  • Essere consapevoli delle principali minacce alla sicurezza e ai diritti umani: terrorismo, conflitti armati, povertà, disuguaglianze e cambiamenti climatici
  • Capire il legame tra promozione dei diritti umani e sicurezza globale, con particolare attenzione alle crisi umanitarie e ai conflitti armati
  • Analizzare in modo critico le politiche di sicurezza, bilanciando la protezione della sicurezza nazionale e il rispetto dei diritti umani

Cosa trovi in questa guida

Prima i due codici e le differenze tra i programmi, poi gli argomenti in quattordici blocchi, dai diritti umani nel diritto internazionale all'immigrazione, con uno schema dopo ogni blocco, la procedura davanti alla Corte di Strasburgo e un confronto tra i modelli di polizia. Il metodo di studio è in Come lo studiano, le regole dell'esame in Come funziona l'esame.

Codici e programmi: 45 e 54 lezioni

Il codice non si sceglie: dipende dal piano di studi. Per Diritti umani e sicurezza i programmi ufficiali sono due, entrambi da 9 CFU e dello stesso settore, e riguardano un solo profilo, quello di Scienze giuridiche per la criminologia, l'investigazione e la sicurezza:

Codice Piano di studi CFU Lezioni
0142509IUS01I A.A. 2026/2027, 1° anno, profilo Criminologia 9 45
0142009IUS01I A.A. 2024/2025, 1° anno, profilo Criminologia 9 54

Il programma da 54 lezioni è quello da 45 più nove lezioni. Tutti gli argomenti del programma da 45 ci sono anche nell'altro, a volte con un titolo leggermente diverso; in più il programma da 54 ha: «Sicurezza e criminalità diffusa», «Sicurezza ed etichettamento, scelte razionali e attività abituali», «La pubblica sicurezza in Italia», «I comparti di specialità», «Le ordinanze sindacali e l'invasione di edifici o terreni», «Sicurezza integrata e l'approccio ambientale», «La Città, luogo di tutela della sicurezza e della tranquillità pubblica», «Immigrazione: l'ingresso nel territorio nazionale» e «Sicurezza e immigrazione: la circolazione dei cittadini comunitari e dei profughi». Questa guida segue il programma da 45 lezioni; le nove in più sono spiegate nei blocchi in cui cadono, con la nota «solo nel programma da 54».

Argomenti del programma da approfondire

Il filo del corso è una domanda: fino a che punto si può limitare un diritto per garantire la sicurezza? La prima parte la affronta con gli strumenti del diritto internazionale ed europeo, dai diritti umani al terrorismo; la seconda guarda la sicurezza come fenomeno sociale, con le teorie sul controllo e sulla devianza; la terza descrive come gli Stati organizzano la polizia e le politiche di sicurezza, in Europa e in Italia; l'ultima applica tutto a quattro temi concreti: la città, i giovani, la strada, i migranti. Qui gli argomenti sono raccolti in quattordici blocchi, che seguono i titoli delle lezioni del programma ufficiale da 45; per ogni tema la guida richiama i concetti e le norme utili a capirlo, mentre il contenuto preciso di ogni lezione è nelle dispense.

Mappa del programma — 14 blocchi, 45 lezioni

1. I diritti umani nel diritto internazionale
2. L'Europa: l'Unione e le Corti europee
3. Il giusto processo
4. Libertà di pensiero e di religione
5. Terrorismo internazionale e misure di pubblica sicurezza
6. Il finanziamento del terrorismo
7. La sicurezza: diritto o bisogno umano
8. Controllo sociale e società del rischio
9. Polizia e politiche di sicurezza: i modelli stranieri
10. La sicurezza in Italia: organizzazione e coordinamento
11. La città insicura: percezione, degrado, devianza giovanile
12. Sicurezza integrata e polizia locale
13. La sicurezza stradale
14. Immigrazione e sicurezza

1. I diritti umani nel diritto internazionale

La lezione 1 ha per tema i principi nel diritto internazionale, il punto di partenza del corso. Il diritto internazionale è l'ordinamento che regola i rapporti tra gli Stati e le organizzazioni internazionali; le sue fonti principali sono i trattati, la consuetudine e i principi generali, elencati nell'art. 38 dello Statuto della Corte internazionale di giustizia. La tutela internazionale dei diritti umani nasce dopo la seconda guerra mondiale. La Carta delle Nazioni Unite del 1945 indica tra i fini dell'Organizzazione il rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, e la Dichiarazione universale dei diritti umani, adottata dall'Assemblea generale il 10 dicembre 1948, ne elenca per la prima volta un catalogo di portata mondiale. La Dichiarazione è una risoluzione e non un trattato, quindi di per sé non vincola gli Stati; sono i due Patti internazionali del 1966 (diritti civili e politici; diritti economici, sociali e culturali), entrati in vigore nel 1976, e le numerose convenzioni specifiche a trasformare quei principi in obblighi giuridici.

Accanto al livello universale ci sono i sistemi regionali: in Europa la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, nelle Americhe la Convenzione americana, in Africa la Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli. Due caratteri distinguono i diritti umani da altre posizioni giuridiche. Sono universali, perché spettano a ogni persona a prescindere dalla cittadinanza, e interdipendenti, perché non c'è una gerarchia tra diritti civili e diritti sociali. Quanto alla forza, alcuni diritti sono assoluti e non ammettono deroghe nemmeno in situazioni di emergenza, come il divieto di tortura; altri si possono limitare, ma a condizioni precise che ricorrono in tutto il programma: una base nella legge, uno scopo legittimo (la sicurezza nazionale, l'ordine pubblico, i diritti degli altri) e una misura proporzionata, cioè necessaria in una società democratica.

Schema — I livelli di tutela dei diritti umani

Livello Fonti principali Chi controlla
Universale (ONU) Carta delle Nazioni Unite, Dichiarazione universale (1948, non vincolante), Patti del 1966 (vincolanti per gli Stati parti) Comitati di esperti istituiti dai trattati, che esaminano i rapporti degli Stati
Europeo (Consiglio d'Europa) Convenzione europea dei diritti dell'uomo (1950) Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, con ricorso individuale
Unione europea Carta dei diritti fondamentali, vincolante dal Trattato di Lisbona, e principi generali del diritto dell'Unione Corte di giustizia dell'Unione europea di Lussemburgo e giudici nazionali
Italia Costituzione (tra gli altri artt. 2, 3, 10, 13-21 e 111) Giudici e Corte costituzionale

Collegamento: i principi generali non bastano a decidere un caso concreto: serve un giudice. In Europa le strade sono due, quella del Consiglio d'Europa e quella dell'Unione, ed è proprio questo l'oggetto delle lezioni 2 e 3.

2. L'Europa: l'Unione e le Corti europee

Per capire la legislazione europea sui diritti umani (lezione 2) bisogna distinguere due organizzazioni che spesso si confondono. Il Consiglio d'Europa, nato nel 1949, comprende oltre quaranta Stati, anche non membri dell'Unione, e ha prodotto la Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU), firmata a Roma nel 1950 e in vigore dal 1953. L'Unione europea è un'altra organizzazione, nata per l'integrazione economica; i suoi trattati originari non parlavano di diritti umani, e la Corte di giustizia li ha fatti entrare nell'ordinamento come principi generali. La Carta dei diritti fondamentali, proclamata a Nizza nel 2000, ha acquistato lo stesso valore giuridico dei trattati con il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1° dicembre 2009 (art. 6 TUE). La Carta vincola le istituzioni dell'Unione e gli Stati membri quando attuano il diritto dell'Unione. Lo stesso art. 6 TUE prevede che l'Unione aderisca alla CEDU, un percorso che nel 2014 ha incontrato il parere negativo della Corte di giustizia. La Corte di giustizia dell'Unione europea, con sede a Lussemburgo, assicura l'interpretazione uniforme del diritto dell'Unione e risponde alle domande dei giudici nazionali (rinvio pregiudiziale, art. 267 TFUE).

La sicurezza ha un posto proprio nei trattati: l'Unione si definisce spazio di libertà, sicurezza e giustizia (Titolo V del Trattato sul funzionamento, art. 67) e coordina cooperazione di polizia e giudiziaria penale, con strumenti come Europol, Eurojust e il mandato d'arresto europeo. Il rapporto tra sicurezza e diritti è visibile nella giurisprudenza: nel 2014 la Corte di giustizia ha annullato la direttiva sulla conservazione dei dati di traffico delle comunicazioni (caso Digital Rights Ireland) perché l'ingerenza nella vita privata andava oltre quanto strettamente necessario per combattere i reati gravi.

Schema — Le due Europe dei diritti a confronto

Dimensione Consiglio d'Europa Unione europea
Giudice Corte europea dei diritti dell'uomo (Strasburgo) Corte di giustizia dell'Unione europea (Lussemburgo)
Testo di riferimento CEDU del 1950 Carta dei diritti fondamentali e principi generali del diritto dell'Unione
Come ci arriva una persona Ricorso individuale contro lo Stato, dopo le vie interne Di regola attraverso il giudice nazionale, che chiede alla Corte un'interpretazione (rinvio pregiudiziale)
Effetto della decisione Accerta la violazione e può riconoscere un'equa soddisfazione; lo Stato deve eseguirla Vincola il giudice nazionale, che disapplica la norma interna incompatibile

Accanto alla Corte di giustizia c'è la Corte europea dei diritti dell'uomo, il giudice della CEDU, che ha sede a Strasburgo e non fa parte dell'Unione. Dal 1998 è una Corte permanente e chiunque si ritenga vittima di una violazione da parte di uno Stato parte può rivolgersi direttamente a lei (art. 34), ma solo dopo aver esaurito le vie di ricorso interne (art. 35) e, dal 1° febbraio 2022, entro quattro mesi dalla decisione interna definitiva (prima erano sei, per effetto del Protocollo n. 15). Le sentenze sono vincolanti per lo Stato (art. 46), che deve pagare quanto riconosciuto e, se serve, cambiare la prassi o la legge. In Italia la Corte costituzionale (sentenze 348 e 349 del 2007) considera la CEDU un parametro interposto dell'art. 117, primo comma, della Costituzione: una legge in contrasto con la Convenzione è incostituzionale, e il giudice deve prima provare a interpretarla in modo conforme. Altre due idee ricorrono nella giurisprudenza: i diritti sono letti in modo evolutivo, come uno «strumento vivente», e agli Stati è lasciato un margine di apprezzamento più ampio dove manca un consenso europeo, per esempio su temi etici e religiosi.

Prima si cerca giustizia nel proprio Stato

La persona deve far valere la violazione davanti ai giudici nazionali, fino all'ultimo grado utile. La Corte di Strasburgo è un giudice sussidiario: interviene quando il sistema interno non ha rimediato.

Il ricorso entro quattro mesi

Dalla decisione interna definitiva decorrono quattro mesi per presentare il ricorso alla Corte (art. 35). Il ricorso deve indicare quali diritti della Convenzione sono stati violati e come.

Un primo filtro: ammissibile o no

Il ricorso passa un esame di ammissibilità: un giudice unico, un comitato di tre giudici o una camera. Sono inammissibili, tra l'altro, i ricorsi anonimi, quelli già esaminati e quelli manifestamente infondati.

La sentenza della camera

Se il ricorso è ammesso, la camera decide nel merito. In casi eccezionali una parte può chiedere, entro tre mesi, il rinvio alla Grande Camera (art. 43). Se la violazione c'è, la Corte può riconoscere un'equa soddisfazione (art. 41).

Lo Stato deve eseguire

La sentenza definitiva vincola lo Stato (art. 46). L'esecuzione è sorvegliata dal Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa: oltre al pagamento possono servire misure individuali e modifiche generali alle leggi o alle prassi.

Collegamento: la maggior parte dei ricorsi riguarda un diritto in particolare, quello a un processo equo. La lezione 4 lo studia sulla Convenzione, e le sue regole si confrontano con quelle italiane.

3. Il giusto processo

Il giusto processo nella Convenzione (lezione 4) è l'art. 6 CEDU, che riconosce a ogni persona il diritto a un'equa e pubblica udienza, entro un termine ragionevole, davanti a un tribunale indipendente e imparziale costituito per legge. Vale per le controversie sui diritti e gli obblighi di carattere civile e per le «accuse penali»; quest'ultima è una nozione autonoma, che la Corte decide guardando alla qualificazione nazionale, alla natura dell'illecito e alla gravità della sanzione, non solo all'etichetta usata dal legislatore. Il paragrafo 2 sancisce la presunzione di innocenza e il paragrafo 3 elenca i diritti minimi dell'accusato: essere informato prontamente e in una lingua che comprende dell'accusa, avere il tempo e i mezzi per preparare la difesa, difendersi con un avvocato (gratuito se mancano i mezzi e l'interesse della giustizia lo richiede), interrogare i testimoni a carico, farsi assistere gratuitamente da un interprete. Vicini all'art. 6 stanno l'art. 5, che disciplina la privazione della libertà personale, l'art. 7 sul principio di legalità dei reati e delle pene e l'art. 13 sul diritto a un ricorso effettivo.

Il confronto con l'Italia è quasi obbligato. L'art. 111 della Costituzione, riscritto nel 1999, dice che la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge, svolto nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale, con ragionevole durata. Per il processo penale aggiunge garanzie sull'informazione dell'accusa, sul tempo per difendersi, sull'interrogatorio dei testimoni e sull'interprete, e fissa il principio del contraddittorio nella formazione della prova. Sulla ragionevole durata l'Italia è stata spesso condannata a Strasburgo, e la legge Pinto (l. 89/2001) prevede un indennizzo per il processo troppo lungo. Quando la Corte accerta una violazione in un processo penale, la Corte costituzionale (sentenza 113/2011) ha reso possibile la revisione della condanna definitiva.

Schema — Il giusto processo: art. 6 CEDU e art. 111 Costituzione

Garanzia Art. 6 CEDU Art. 111 Cost.
Giudice Tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge Giudice terzo e imparziale
Durata Termine ragionevole Ragionevole durata
Parità delle parti Equità del procedimento Contraddittorio in condizioni di parità
Accusa e difesa Informazione dell'accusa, tempo e mezzi per difendersi, difensore Informazione riservata e rapida, tempo e condizioni per difendersi
Testimoni Diritto di interrogare i testimoni a carico Contraddittorio nella formazione della prova penale
Interprete Assistenza gratuita Interprete per chi non comprende la lingua

Collegamento: il processo protegge chi è accusato; ma la Convenzione protegge anche ciò che le persone pensano e credono. Qui il bilanciamento con la sicurezza è più delicato, e lo mostra la lezione 5.

4. Libertà di pensiero e di religione

L'art. 9 CEDU tutela la libertà di pensiero, di coscienza e di religione (lezione 5): comprende la libertà di cambiare religione o convinzione e quella di manifestarla, da soli o in comune, in pubblico o in privato, con il culto, l'insegnamento, le pratiche e l'osservanza dei riti. La norma distingue due piani. Il foro interno, cioè avere una fede o un'idea, è assoluto e nessuno Stato può limitarlo. Il foro esterno, cioè manifestarla, può essere limitato dal paragrafo 2 solo se la restrizione è prevista dalla legge e costituisce una misura necessaria, in una società democratica, alla sicurezza pubblica, alla protezione dell'ordine, della salute o della morale pubblica, o dei diritti e delle libertà altrui. Le stesse tre domande valgono per la vita privata (art. 8), l'espressione (art. 10) e l'associazione (art. 11). In Costituzione la materia è nell'art. 19, che garantisce la libertà di professare la propria fede e di esercitarne il culto purché i riti non siano contrari al buon costume, e negli artt. 8 (confessioni religiose) e 21 (manifestazione del pensiero); la Corte costituzionale ha riconosciuto un principio supremo di laicità dello Stato (sentenza 203/1989), che significa imparzialità verso tutte le fedi, non indifferenza.

La giurisprudenza di Strasburgo mostra come i limiti si applicano. Nel caso Lautsi c. Italia (Grande Camera, 2011) la Corte ha ritenuto compatibile con la Convenzione il crocifisso nelle aule scolastiche italiane, riconoscendo allo Stato un margine di apprezzamento; nel caso S.A.S. c. Francia (Grande Camera, 2014) ha ammesso il divieto di coprire il volto nei luoghi pubblici, accettando l'argomento della convivenza. Sono esempi di come lo stesso test dia risultati diversi a seconda del contesto nazionale.

Schema — Il test dei limiti ai diritti (art. 9, par. 2, CEDU)

Domanda Che cosa si verifica Esempio
1. Base nella legge? Una norma accessibile e abbastanza chiara da essere prevedibile Un divieto stabilito solo da una prassi non scritta non passa
2. Scopo legittimo? Sicurezza pubblica, ordine, salute, morale, diritti e libertà altrui Prevenire disordini tra gruppi diversi
3. Necessaria in una società democratica? Un bisogno sociale effettivo e una misura proporzionata, tra i mezzi disponibili la meno invasiva Vietare un simbolo in un luogo determinato, non ovunque

Collegamento: la libertà religiosa ha limiti quando la convinzione diventa violenza organizzata. Le lezioni 6, 7 e 8 passano così al terrorismo internazionale, alla radicalizzazione e alle misure di pubblica sicurezza.

5. Terrorismo internazionale e misure di pubblica sicurezza

Le lezioni 6, 7 e 8 hanno per titolo la radicalizzazione, le misure di pubblica sicurezza e il terrorismo sul web. Per orientarsi serve prima la definizione. Nessun trattato universale definisce il terrorismo in modo condiviso; per l'Unione europea la direttiva 2017/541 individua i reati terroristici dallo scopo, cioè intimidire gravemente la popolazione, costringere i poteri pubblici o un'organizzazione internazionale a fare o non fare qualcosa, o destabilizzare le strutture politiche, costituzionali, economiche e sociali fondamentali di un Paese. Il codice penale italiano dà una definizione analoga all'art. 270-sexies, e punisce l'associazione con finalità di terrorismo anche internazionale (art. 270-bis), l'arruolamento (art. 270-quater), l'addestramento (art. 270-quinquies) e l'organizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo (art. 270-quater.1).

Radicalizzazione e diritto religioso (lezione 6)

La radicalizzazione è il processo con cui una persona adotta idee estreme e arriva a giustificare, o a praticare, la violenza per affermarle. Non ha una causa sola: si intrecciano fattori personali (crisi d'identità, isolamento), sociali (marginalità, discriminazione), di gruppo (l'appartenenza a una cerchia che rafforza le idee) e la propaganda, che oggi passa soprattutto dalla rete. Quando si parla di diritto religioso in questo contesto vanno tenuti distinti due piani: le norme di una religione, e l'uso strumentale che ne fa chi le invoca per legittimare la violenza. Il terrorismo di matrice religiosa non coincide con la religione che invoca. In termini di politiche pubbliche si distingue la repressione, che interviene sui reati, dalla prevenzione, che lavora sui luoghi dove la radicalizzazione può maturare (carceri, scuole, comunità, rete) e sul reinserimento.

Le misure di pubblica sicurezza (lezione 7)

Accanto al diritto penale lo Stato dispone di strumenti preventivi, che agiscono prima del reato e per questo vanno guardati con attenzione: colpiscono una persona sulla base della pericolosità, senza una condanna. Il Codice antimafia (d.lgs. 159/2011) prevede misure di prevenzione personali, come la sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, che si applicano anche agli indiziati di reati con finalità di terrorismo. L'espulsione dello straniero può essere disposta per motivi di sicurezza dello Stato o di prevenzione del terrorismo (d.lgs. 286/1998 e d.l. 144/2005), ma non verso un Paese dove la persona rischia la tortura: il divieto dell'art. 3 CEDU è assoluto e nel caso Saadi c. Italia (Grande Camera, 2008) la Corte lo ha ribadito proprio per un sospettato di terrorismo. Rientrano nella prevenzione anche le intercettazioni preventive e i controlli, che incidono sulla libertà e sulla segretezza delle comunicazioni (artt. 13 e 15 Cost.) e richiedono l'autorizzazione dell'autorità giudiziaria. Il limite generale è il principio di legalità: nel caso De Tommaso c. Italia (Grande Camera, 2017) Strasburgo ha giudicato troppo vaga la base legale di alcune misure di prevenzione italiane, perché non permetteva alla persona di prevedere quali comportamenti le avrebbero comportate.

Il terrorismo e il web (lezione 8)

La rete è uno strumento di propaganda, di reclutamento e di addestramento: permette di raggiungere persone isolate, i cosiddetti lupi solitari, senza una struttura organizzata alle spalle. La risposta è doppia. Sul piano penale, la direttiva 2017/541 chiede agli Stati di punire la pubblica provocazione a commettere reati di terrorismo, il reclutamento e l'addestramento. Sul piano della rete, il regolamento (UE) 2021/784, applicabile dal 7 giugno 2022, impone ai fornitori di servizi di hosting di rimuovere i contenuti terroristici, o di disabilitarne l'accesso, entro un'ora dall'ordine di un'autorità competente. Per proteggere la libertà di espressione il regolamento esclude i materiali diffusi a fini educativi, giornalistici, artistici o di ricerca. È un esempio concreto del bilanciamento tra sicurezza e diritti.

Schema — Le misure contro il terrorismo e i diritti che toccano

Misura Scopo Diritto che può comprimere Garanzia essenziale
Reati di terrorismo (artt. 270-bis ss. c.p.) Reprimere Libertà personale, di associazione, di espressione Legalità e processo con tutte le garanzie
Misure di prevenzione personali Prevenire Libertà personale e di circolazione Base di legge precisa e controllo del giudice
Espulsione per motivi di sicurezza Allontanare chi è ritenuto pericoloso Vita privata e familiare; rischio di maltrattamenti nel Paese di destinazione Ricorso al giudice; divieto assoluto di espellere verso la tortura
Intercettazioni preventive e controlli Acquisire informazioni Segretezza delle comunicazioni, vita privata Autorizzazione dell'autorità giudiziaria, durata limitata
Rimozione di contenuti online Ridurre la propaganda Libertà di espressione Esclusioni per contenuti educativi, giornalistici, artistici e di ricerca; ricorso

Collegamento: nessuna organizzazione terroristica agisce senza risorse. Seguire il denaro è uno dei modi con cui gli Stati cercano di fermarla, ed è l'oggetto della lezione 9.

6. Il finanziamento del terrorismo

La lezione 9 ha per titolo «Sicurezza: il finanziamento della Jihad». Il tema è come si finanziano le organizzazioni terroristiche, qui di matrice jihadista; gli strumenti di contrasto sono però gli stessi per qualunque gruppo terroristico, e il fenomeno non riguarda la religione islamica in quanto tale. Le risorse possono arrivare da fonti diverse: donazioni, a volte raccolte con organizzazioni di beneficenza usate in modo improprio; attività criminali, come traffici e sequestri di persona; il controllo di un territorio e delle sue risorse; trasferimenti informali di denaro fuori dal sistema bancario (il sistema hawala), contanti trasportati da corrieri e, sempre più spesso, cripto-attività.

La risposta è costruita su più livelli. La Convenzione delle Nazioni Unite del 1999 chiede agli Stati di punire chi fornisce o raccoglie fondi sapendo che saranno usati per atti terroristici; le risoluzioni del Consiglio di sicurezza (la 1267 del 1999 e le successive, la 1373 del 2001) impongono di congelare i beni delle persone e degli enti inseriti in apposite liste. Il Gruppo di azione finanziaria internazionale (GAFI), nato nel 1989, fissa gli standard sull'antiriciclaggio e sul contrasto al finanziamento del terrorismo e ne valuta l'applicazione. L'Unione recepisce le liste con propri regolamenti, e proprio su questo terreno si è giocato un caso noto: nella sentenza Kadi (2008) la Corte di giustizia ha annullato il regolamento che congelava i beni di una persona inserita nella lista dell'ONU, perché non erano stati rispettati i diritti della difesa e la tutela giurisdizionale effettiva. In Italia l'art. 270-quinquies.1 del codice penale punisce il finanziamento di condotte con finalità di terrorismo, il d.lgs. 109/2007 disciplina il congelamento dei fondi (con il Comitato di sicurezza finanziaria presso il Ministero dell'economia) e il d.lgs. 231/2007 impone a banche e professionisti di segnalare le operazioni sospette all'Unità di informazione finanziaria per l'Italia, istituita presso la Banca d'Italia.

Schema — Chi contrasta il finanziamento del terrorismo

Livello Strumento Che cosa fa
Nazioni Unite Convenzione del 1999; risoluzioni 1267 e 1373 del Consiglio di sicurezza Obbligo di punire il finanziamento e di congelare i beni delle persone elencate
Standard internazionali Raccomandazioni del GAFI Regole comuni su controlli, trasparenza e valutazioni dei Paesi
Unione europea Regolamenti di congelamento; direttive antiriciclaggio Liste europee e obblighi per banche e intermediari; controllo giurisdizionale (caso Kadi)
Italia Art. 270-quinquies.1 c.p.; d.lgs. 109/2007; d.lgs. 231/2007 Reato di finanziamento, congelamento dei fondi, segnalazione delle operazioni sospette

Collegamento: finora la sicurezza è comparsa come minaccia estrema da prevenire. La lezione 10 cambia punto di vista e chiede che cosa sia, in generale, la sicurezza: un diritto che lo Stato deve garantire o un bisogno che le persone provano.

7. La sicurezza: diritto o bisogno umano

La lezione 10 ha per titolo «La sicurezza come diritto o come bisogno umano». Ecco i due modi di intenderla. Come diritto, la sicurezza è tutelata dalle fonti internazionali: la Dichiarazione universale riconosce a ogni individuo il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona (art. 3), e l'art. 5 CEDU garantisce il diritto alla libertà e alla sicurezza, inteso come protezione dall'arbitrio dello Stato. La Costituzione italiana nomina la sicurezza in più punti; tra questi, l'art. 117, secondo comma, lettera h), assegna allo Stato la competenza esclusiva su «ordine pubblico e sicurezza», «ad esclusione della polizia amministrativa locale».

Come bisogno, la sicurezza è una condizione psicologica e sociale: nella gerarchia dei bisogni di Maslow (1943) viene subito dopo i bisogni fisiologici, perché senza sentirsi al sicuro è difficile pensare ad altro, e per Hobbes la ragione stessa dello Stato è dare protezione in cambio di obbedienza. I due piani non coincidono. Una persona può avere un diritto garantito e sentirsi insicura; e un bisogno di sicurezza illimitato rischia di chiedere sempre più controlli a spese di altri diritti. Per questo la sicurezza va composta con la libertà, con il bilanciamento già visto, e non la sostituisce.

Schema — La sicurezza come diritto e come bisogno

Dimensione Sicurezza come diritto Sicurezza come bisogno
Dove si trova Dichiarazione universale, CEDU, Costituzione (art. 117, secondo comma, lettera h) Psicologia e sociologia (Maslow, Hobbes)
Che cosa chiede allo Stato Protezione dall'arbitrio e dalla violenza, entro limiti di legge Protezione, spesso anche dalla paura e dal disordine percepito
Limite Si bilancia con altri diritti, con proporzionalità Senza un limite proprio, può tradursi in richieste di controllo sempre maggiori

Collegamento: se la sicurezza è anche un fatto sociale, ci si deve chiedere perché le persone rispettano le regole e perché alcune no. Le lezioni 11, 12 e 13 rispondono con le teorie sul controllo sociale e sul rischio.

8. Controllo sociale e società del rischio

I titoli delle lezioni 11, 12 e 13 rimandano a temi classici della sociologia della devianza, che qui sono richiamati come sfondo. Il controllo sociale è l'insieme dei meccanismi con cui una società induce al rispetto delle norme. Si divide in controllo formale, esercitato da leggi, polizia e tribunali, e controllo informale, esercitato da famiglia, scuola, vicinato e gruppo dei pari. Nella teoria dei legami sociali di Hirschi (1969) si delinque meno quando la persona ha attaccamento alle altre, impegni da proteggere, tempo occupato in attività convenzionali e credenza nelle regole. Il conflitto di culture (Sellin, 1938) spiega la devianza come scontro tra le norme di gruppi culturali diversi. L'autocontrollo è al centro della teoria di Gottfredson e Hirschi (1990): la propensione al crimine dipende soprattutto da un basso autocontrollo, che si forma nell'infanzia.

La società del rischio è l'espressione di Ulrich Beck (1986): le società contemporanee producono rischi nuovi, tecnologici e ambientali, difficili da controllare e da prevedere, e questo alimenta un senso diffuso di insicurezza. La pressione sociale richiama la teoria della tensione di Merton (1938): quando la società propone a tutti gli stessi obiettivi di successo ma non offre a tutti i mezzi legittimi per raggiungerli, una parte delle persone sceglie vie devianti.

Solo nel programma da 54 lezioni. Il programma più lungo aggiunge due lezioni a questo blocco: «Sicurezza e criminalità diffusa» e «Sicurezza ed etichettamento, scelte razionali e attività abituali». Quest'ultima richiama tre teorie: l'etichettamento (Becker, 1963), per cui la devianza dipende anche da come la società definisce e sanziona un comportamento; la scelta razionale (Cornish e Clarke, 1986), per cui chi delinque valuta costi e benefici; le attività di routine (Cohen e Felson, 1979), per cui un reato avviene quando si incontrano un autore motivato, un bersaglio adatto e l'assenza di chi lo protegge.

Schema — Le teorie del controllo e della devianza

Teoria Idea centrale Autori
Legami sociali Si rispettano le regole quando si è legati alla società Hirschi (1969)
Conflitto di culture La devianza nasce dallo scontro tra norme di gruppi diversi Sellin (1938)
Autocontrollo Un basso autocontrollo, formato nell'infanzia, spiega la propensione al crimine Gottfredson e Hirschi (1990)
Tensione Obiettivi uguali per tutti, mezzi legittimi diseguali Merton (1938)
Società del rischio I rischi moderni producono insicurezza diffusa Beck (1986)
Etichettamento (solo 54 lezioni) La devianza è anche l'effetto dell'etichetta sociale Becker (1963)
Scelta razionale e attività di routine (solo 54 lezioni) Il reato dipende da costi e benefici e dalle occasioni Cornish e Clarke (1986); Cohen e Felson (1979)

Collegamento: dalle teorie si passa alle risposte pubbliche. Le lezioni da 14 a 20 descrivono come altri Paesi hanno organizzato la polizia e le politiche di sicurezza, e il modello della polizia di comunità.

9. Polizia e politiche di sicurezza: i modelli stranieri

Le lezioni da 14 a 20 hanno per titolo le politiche di sicurezza e la polizia in ambito internazionale, i paradigmi europei, la community policing e il confronto tra Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Germania, Spagna, Francia (compreso l'îlotage) e Belgio. Nell'Unione europea la cooperazione di polizia passa da Europol, l'agenzia con sede all'Aia disciplinata dal regolamento (UE) 2016/794. Per leggere i modelli nazionali servono prima alcune idee di fondo.

La polizia tradizionale è reattiva: interviene dopo il reato, per reprimere e arrestare. Le politiche di prevenzione spostano l'attenzione prima del reato: la prevenzione situazionale agisce sulle occasioni (illuminazione, controlli, progettazione degli spazi), quella sociale sulle cause (scuola, lavoro, servizi). La community policing, o polizia di comunità, è il modello in cui la polizia lavora insieme ai cittadini e agli enti locali per individuare e risolvere i problemi di un territorio, invece di limitarsi a rispondere alle chiamate; di norma gli agenti sono assegnati stabilmente a un quartiere. Si collega alla teoria delle «finestre rotte» di Wilson e Kelling (1982): il disordine visibile, come i vetri rotti o il vandalismo, segnala assenza di controllo e può attirare reati più gravi, e per questo una polizia vicina alla comunità presta attenzione anche ai piccoli segni di degrado.

I modelli nazionali si distinguono per chi ha la competenza sulla polizia. Negli Stati Uniti il governo federale ha sostenuto il community policing con la legge del 1994 sul controllo dei crimini violenti, che ha dato vita all'Ufficio COPS del Dipartimento della giustizia. Nel Regno Unito le forze di polizia sono territoriali; dal 2013 esiste anche la National Crime Agency, contro la criminalità grave, e accanto agli agenti operano gli agenti di supporto di comunità (PCSO). In Germania la polizia è competenza dei sedici Länder: a livello federale operano la Polizia federale, nata nel 1951 come Bundesgrenzschutz, e l'Ufficio federale di polizia criminale, il BKA. In Francia i corpi nazionali sono la Polizia nazionale e la Gendarmeria nazionale, che ha status militare; dal 1998 il governo Jospin fece della «polizia di prossimità» una dottrina d'impiego, che nel 2003 fu in gran parte abbandonata a favore di un modello di intervento. L'îlotage, il presidio a piedi di una porzione di quartiere (dal francese îlot, isolato), è la pratica francese che la lezione 20 affianca al modello belga. In Spagna la legge organica 2/1986 distingue le forze dello Stato, la Policía Nacional e la Guardia Civil, dai corpi di polizia delle Comunità autonome, e consente ai Comuni di creare una polizia locale (art. 51). Il Belgio, con la legge del 7 dicembre 1998, ha sostituito gendarmeria, polizia giudiziaria e polizie comunali con una polizia integrata su due livelli, federale e locale.

Il confronto qui sotto mette gli stessi sei modelli uno accanto all'altro. Scegli la caratteristica che vuoi guardare:

Confronta i modelli di polizia

Caratteristica Stati Uniti Regno Unito Francia Germania Spagna Belgio
Chi ha la competenza Ripartita tra Federazione, Stati e autorità locali Forze territoriali, più un'agenzia nazionale per la criminalità grave Lo Stato, con due corpi nazionali I Länder, con compiti limitati della Federazione Stato, Comunità autonome e Comuni Federazione e polizia locale
Corpi principali FBI e altre agenzie federali; polizie statali, di contea e municipali Forze territoriali, National Crime Agency, agenti di supporto di comunità Polizia nazionale e Gendarmeria nazionale (status militare) Polizie dei Länder, Polizia federale, BKA Policía Nacional, Guardia Civil, polizie autonome e polizie locali Polizia federale e polizia locale
Atto o svolta da ricordare 1994: legge sui crimini violenti e Ufficio COPS 2013: National Crime Agency 1998: polizia di prossimità, in gran parte abbandonata nel 2003 1951: nasce la Polizia federale (già Bundesgrenzschutz) 1986: legge organica 2/1986 sui corpi di sicurezza 1998: legge sulla polizia integrata a due livelli

Il primo criterio per distinguere i modelli è chi ha la competenza sulla polizia: in Francia lo Stato ha due corpi nazionali, in Germania e negli Stati Uniti la competenza è ripartita tra livelli di governo, nel Regno Unito la polizia è organizzata per aree territoriali, in Spagna è divisa tra Stato, Comunità autonome e Comuni, in Belgio tra Federazione e polizia locale.

Collegamento: dopo i modelli stranieri il corso passa all'Italia. Le lezioni da 21 a 24 descrivono come è organizzata la sicurezza e come si coordinano i soggetti che se ne occupano.

10. La sicurezza in Italia: organizzazione e coordinamento

La base dell'organizzazione italiana è la legge 121/1981, sul nuovo ordinamento dell'Amministrazione della pubblica sicurezza. Il Ministro dell'interno è l'autorità nazionale di pubblica sicurezza: ha l'alta direzione dei servizi di ordine e sicurezza pubblica e coordina i compiti e le attività delle forze di polizia. In ogni provincia l'autorità di pubblica sicurezza è il prefetto, mentre al questore spettano la direzione unitaria e il coordinamento dei servizi e l'impiego della forza pubblica (art. 14). Il sindaco, in quanto ufficiale del Governo, ha a sua volta poteri in materia di sicurezza urbana (art. 54 del testo unico degli enti locali). Le principali forze di polizia sono la Polizia di Stato, l'Arma dei Carabinieri e la Guardia di Finanza; la Polizia di Stato ha ordinamento civile, le altre due ordinamento militare.

Le lezioni 22 e 23 hanno per titolo le informazioni e il coordinamento. Sul primo punto la legge 121/1981 ha istituito presso il Ministero dell'interno il Centro elaborazione dati, che raccoglie le informazioni e i dati utili alle forze di polizia (art. 8). Il sistema dei servizi di informazione è invece disciplinato dalla legge 124/2007: il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS) coordina l'Agenzia informazioni e sicurezza esterna (AISE) e l'Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI), sotto la responsabilità del Presidente del Consiglio e il controllo del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (COPASIR). Sul secondo punto, il coordinamento tra le forze di polizia a livello locale passa dal Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal prefetto, organo ausiliario di consulenza dell'autorità di pubblica sicurezza; a livello nazionale c'è il Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica (artt. 18 e 20 della legge 121/1981).

La lezione 24 guarda al rapporto tra sicurezza statale ed enti locali. Il punto di partenza è l'art. 117, secondo comma, lettera h), della Costituzione: ordine pubblico e sicurezza sono competenza esclusiva dello Stato, «ad esclusione della polizia amministrativa locale». L'art. 118, terzo comma, prevede forme di coordinamento tra Stato e Regioni in questa materia, e il decreto-legge 14/2017 si muove proprio in attuazione di questa norma. Nella pratica il sindaco risponde alla cittadinanza della sicurezza della sua città, ma non dirige le forze di polizia dello Stato, che dipendono dalle autorità statali: è da questa distanza tra responsabilità e strumenti che nascono le osservazioni critiche sul sistema.

Solo nel programma da 54 lezioni. Il programma più lungo aggiunge due lezioni a questo blocco, «La pubblica sicurezza in Italia» e «I comparti di specialità», prima e dopo le lezioni sulle informazioni e sul coordinamento.

Schema — Chi fa che cosa nella sicurezza in Italia

Soggetto Ruolo Fonte
Ministro dell'interno Autorità nazionale di pubblica sicurezza; alta direzione dei servizi e coordinamento delle forze di polizia L. 121/1981
Prefetto Autorità provinciale di pubblica sicurezza; presiede il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica L. 121/1981
Questore Direzione unitaria e coordinamento dei servizi e impiego della forza pubblica L. 121/1981, art. 14
Sindaco Ufficiale del Governo con poteri in materia di sicurezza urbana Art. 54 TUEL
Servizi di informazione DIS, AISE e AISI sotto la responsabilità del Presidente del Consiglio L. 124/2007

Collegamento: la sicurezza dello Stato si misura nelle città. Le lezioni da 25 a 31 passano dal piano dell'organizzazione a quello dei problemi: la percezione dell'insicurezza, il degrado, la devianza dei più giovani.

11. La città insicura: percezione, degrado, devianza giovanile

Le lezioni 25 e 26 hanno per titolo la crisi urbana, con le sue nuove paure, e la domanda di sicurezza tra percezione e statistica. Il tema è la differenza tra insicurezza reale e percepita. I dati ufficiali sulla criminalità misurano i reati denunciati e hanno un limite noto, la «cifra oscura» dei reati non denunciati; le indagini di vittimizzazione, come quelle sulla sicurezza dei cittadini condotte dall'ISTAT, chiedono invece direttamente alle persone se hanno subito un reato e se si sentono sicure. Le due misure non coincidono: la paura dipende anche da altri fattori, come i segni di disordine nel quartiere.

Il degrado urbano e le condotte incivili (lezione 27) richiamano la teoria delle finestre rotte già citata. Alla violenza urbana e al bullismo (lezioni 28 e 29) corrispondono precise norme: il danneggiamento (art. 635 c.p.) e l'imbrattamento di cose altrui (art. 639 c.p.) per i comportamenti vandalici; per il bullismo, la legge 71/2017 sul cyberbullismo, che la legge 70/2024, in vigore dal 14 giugno 2024, ha esteso al bullismo in generale. Per i minori conta l'età: non è imputabile chi non ha compiuto quattordici anni (art. 97 c.p.), mentre tra i quattordici e i diciotto anni risponde del reato chi aveva capacità di intendere e di volere, con una pena diminuita (art. 98).

La lezione 30 si occupa degli studi classici sulla devianza giovanile e sulle baby gang. Tra i riferimenti principali ci sono la ricerca di Thrasher sulle bande di strada di Chicago (1927), la teoria della disorganizzazione sociale di Shaw e McKay (1942), la teoria delle sottoculture delinquenziali di Cohen (1955) e quella delle opportunità differenziali di Cloward e Ohlin (1960). La lezione 31 collega il degrado urbano a immigrazione, rifiuti e graffiti: per questi ultimi vale di nuovo l'art. 639 c.p., mentre il Codice dell'ambiente (d.lgs. 152/2006) vieta l'abbandono dei rifiuti. Il rapporto tra immigrazione e criminalità va letto sui dati, per tipo di reato e per popolazione di riferimento, e non sulle impressioni.

Schema — Gli studi classici sulla devianza e sul degrado

Studio o teoria Idea centrale Autori
La banda di strada Le bande giovanili si formano negli spazi urbani dove il controllo di famiglia e scuola è debole Thrasher (1927)
Disorganizzazione sociale Il tasso di delinquenza dipende dalle caratteristiche del quartiere, non solo dalle persone Shaw e McKay (1942)
Sottoculture delinquenziali I giovani che non ottengono status con i mezzi legittimi lo cercano in gruppi con valori propri Cohen (1955)
Opportunità differenziali Anche le vie illegittime non sono ugualmente accessibili a tutti Cloward e Ohlin (1960)
Finestre rotte Il disordine visibile segnala assenza di controllo e può attirare reati più gravi Wilson e Kelling (1982)

Collegamento: i problemi della città non si risolvono con una sola autorità. Le lezioni da 32 a 37 passano alla sicurezza integrata, cioè a come Stato, enti locali e polizia locale lavorano insieme.

12. Sicurezza integrata e polizia locale

Le lezioni da 32 a 37 hanno per titolo le politiche integrate contro la criminalità diffusa, il ruolo della polizia locale e la dissuasione amministrativa, il sistema pattizio, le misure a tutela del decoro di particolari luoghi, l'approccio multidisciplinare e il rapporto tra sicurezza integrata, confini e marketing territoriale. Il quadro giuridico è il decreto-legge 14/2017 (convertito dalla legge 48/2017), che parte dalla distinzione tra due nozioni. La sicurezza integrata è l'insieme degli interventi assicurati da Stato, Regioni ed enti locali, ciascuno per le proprie competenze, per un sistema unitario di sicurezza delle comunità (art. 1). La sicurezza urbana è il bene pubblico che riguarda la vivibilità e il decoro delle città (art. 4), da perseguire anche con interventi di riqualificazione e di prevenzione.

La polizia locale è disciplinata dalla legge-quadro 65/1986: svolge funzioni di polizia amministrativa, di polizia stradale e di polizia giudiziaria e può avere la qualità di agente di pubblica sicurezza, che è conferita dal prefetto dopo la comunicazione del sindaco (art. 5). La dissuasione amministrativa passa dai regolamenti comunali e dalle sanzioni previste per la loro violazione: l'art. 7-bis del testo unico degli enti locali prevede, in via generale, una sanzione amministrativa pecuniaria da 25 a 500 euro, estesa alle violazioni delle ordinanze del sindaco. Il sistema pattizio è lo strumento con cui la sicurezza integrata si attua sul territorio: i patti per l'attuazione della sicurezza urbana (art. 5 del d.l. 14/2017), conclusi tra prefetto e sindaco. Tra le misure per il decoro di particolari luoghi, lo stesso decreto prevede ordini di allontanamento e divieti di stazionamento in determinate aree urbane, con sanzioni amministrative.

Le ordinanze del sindaco hanno un limite fissato dalla Corte costituzionale. La sentenza 115/2011 ha dichiarato illegittimo l'art. 54, comma 4, del testo unico degli enti locali, nel testo del 2008, nella parte in cui comprendeva la parola «anche» prima di «contingibili e urgenti»: la Corte ha distinto le ordinanze ordinarie da quelle contingibili e urgenti, e ha escluso che il sindaco, come ufficiale del Governo, possa adottare provvedimenti di contenuto normativo fuori dai casi di urgenza.

Solo nel programma da 54 lezioni. Il programma più lungo aggiunge tre lezioni a questo blocco: «Le ordinanze sindacali e l'invasione di edifici o terreni» (il reato di invasione di terreni o edifici è nell'art. 633 del codice penale), «Sicurezza integrata e l'approccio ambientale» e «La Città, luogo di tutela della sicurezza e della tranquillità pubblica».

Schema — Gli strumenti della sicurezza urbana

Strumento Chi lo usa Fonte
Patto per l'attuazione della sicurezza urbana Prefetto e sindaco D.l. 14/2017, art. 5
Sanzioni per violazione dei regolamenti comunali e delle ordinanze Comune, polizia locale Art. 7-bis TUEL (da 25 a 500 euro)
Ordinanza contingibile e urgente Sindaco Art. 54 TUEL; Corte cost. 115/2011
Ordini di allontanamento e divieti di stazionamento Autorità locali nelle aree individuate D.l. 14/2017
Qualità di agente di pubblica sicurezza alla polizia locale Prefetto, dopo la comunicazione del sindaco L. 65/1986, art. 5

Collegamento: tra i luoghi della città, la strada è quello in cui la sicurezza ha il costo più alto in vite umane. Le lezioni 38, 39 e 40 le dedicano un blocco a sé.

13. La sicurezza stradale

Le tre lezioni sulla sicurezza stradale hanno per titolo il tema in generale, la prevenzione e il controllo, e l'efficacia della prevenzione. La disciplina di riferimento è il Codice della strada (d.lgs. 285/1992), che combina regole di comportamento, sanzioni amministrative e, nei casi più gravi, reati. Sul versante penale la legge 41/2016, in vigore dal 25 marzo 2016, ha introdotto nel codice penale l'omicidio stradale (art. 589-bis) e le lesioni personali stradali gravi o gravissime (art. 590-bis). La legge 177/2024, in vigore dal 14 dicembre 2024, ha riformato in più punti il Codice, tra l'altro sulla guida sotto l'effetto di alcol e stupefacenti e sull'uso del telefono, e contiene anche una delega al Governo per la revisione complessiva della disciplina.

Prevenire significa agire su più leve. Le regole fissano i comportamenti vietati; le sanzioni li rendono costosi; i controlli fanno percepire la probabilità di essere scoperti, che per dissuadere conta almeno quanto la severità della pena; le infrastrutture riducono l'errore e la gravità degli incidenti; l'educazione lavora sui comportamenti nel lungo periodo. Quanto agli obiettivi, il quadro strategico dell'Unione per la sicurezza stradale 2021-2030 indica la «Vision Zero» come traguardo per il 2050 e prevede di dimezzare entro il 2030 il numero di morti e di feriti gravi.

Schema — Le leve della sicurezza stradale

Leva Esempi A che cosa serve
Regole Codice della strada (d.lgs. 285/1992) Stabilire i comportamenti vietati
Sanzioni Sanzioni amministrative; reati degli artt. 589-bis e 590-bis c.p. Rendere costosa la violazione
Controlli Pattuglie della polizia stradale e della polizia locale Far percepire la probabilità di essere scoperti
Infrastrutture Segnaletica, carreggiate, intersezioni Ridurre l'errore e la gravità
Educazione Educazione stradale, campagne Cambiare i comportamenti nel tempo

Collegamento: l'ultimo blocco del programma riguarda le persone che attraversano i confini. L'immigrazione chiude il corso e rimette insieme i due termini del titolo: la sicurezza dei cittadini e i diritti degli stranieri.

14. Immigrazione e sicurezza

Le lezioni da 41 a 45 hanno per titolo gli stranieri regolarmente soggiornati, la normativa e il suo ambito di applicazione, il controllo in frontiera, l'immigrazione sommersa e la tutela penale. La fonte principale è il Testo unico sull'immigrazione (d.lgs. 286/1998), che si applica, salvo diversa disposizione, ai cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea (art. 1). I cittadini dell'Unione hanno una disciplina propria, perché godono della libera circolazione. Chi è regolarmente soggiornante ha un titolo di soggiorno e i diritti che la legge collega alla sua condizione; chi non lo ha, o lo ha perso, è irregolare, e di qui nasce l'«immigrazione sommersa» della lezione 44: l'ingresso e il soggiorno illegale sono previsti come reato dall'art. 10-bis, introdotto dalla legge 94/2009, e l'allontanamento dello straniero è disciplinato dall'art. 13, che prevede anche l'espulsione per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato.

Il controllo in frontiera (lezione 43) incontra i diritti umani nel principio di non-refoulement: nessuno può essere respinto verso un luogo dove rischia la persecuzione o trattamenti inumani, come stabiliscono la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati (art. 33) e l'art. 3 CEDU. In questo senso nel caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia (Grande Camera, 2012) la Corte di Strasburgo ha condannato l'Italia per il respingimento verso la Libia di migranti intercettati in mare. A livello europeo il Patto sulla migrazione e l'asilo, in applicazione dal 12 giugno 2026, ha sostituito il regolamento di Dublino con nuove regole per stabilire quale Stato esamina la domanda di asilo.

Sul piano penale (lezione 45) la tutela riguarda sia la sicurezza dello Stato sia le persone migranti, che possono essere vittime. Il favoreggiamento dell'immigrazione irregolare è punito dall'art. 12 del Testo unico; la tratta di persone e la riduzione in schiavitù sono reati del codice penale (artt. 600 e 601), così come l'intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro (art. 603-bis); l'art. 18 del Testo unico prevede un permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale.

Solo nel programma da 54 lezioni. Il programma più lungo aggiunge due lezioni a questo blocco: «Immigrazione: l'ingresso nel territorio nazionale» e «Sicurezza e immigrazione: la circolazione dei cittadini comunitari e dei profughi». Per il secondo tema il riferimento di partenza è la disciplina della libera circolazione dei cittadini dell'Unione (d.lgs. 30/2007) e la direttiva 2001/55/CE sulla protezione temporanea, attivata nel marzo 2022 per chi fuggiva dall'Ucraina.

Schema — Le principali categorie e la loro condizione giuridica

Categoria Regole di riferimento Elemento chiave
Cittadino dell'Unione Libera circolazione (d.lgs. 30/2007) Non rientra nel Testo unico sull'immigrazione
Straniero regolarmente soggiornante Testo unico sull'immigrazione (d.lgs. 286/1998) Titolo di soggiorno e diritti collegati
Richiedente protezione internazionale Convenzione di Ginevra, art. 3 CEDU, Patto europeo su migrazione e asilo Divieto di respingimento verso rischi gravi
Straniero irregolare Artt. 10-bis e 13 del Testo unico Ingresso o soggiorno illegale; possibile allontanamento
Vittima di tratta o di sfruttamento Art. 18 del Testo unico; artt. 600, 601 e 603-bis c.p. Permesso di soggiorno per protezione sociale

Sintesi: tre domande per ogni misura

Dai diritti umani all'immigrazione, il programma ruota intorno a un bilanciamento: quando una misura di sicurezza limita un diritto, la si può giustificare solo se supera tre verifiche. Prima: ha una base nella legge chiara e accessibile? Seconda: persegue uno scopo legittimo, come la sicurezza pubblica o la protezione dei diritti altrui? Terza: è proporzionata, cioè necessaria in una società democratica e la meno invasiva tra quelle possibili? Valgono per un'espulsione, per la rimozione di un contenuto online, per una misura di prevenzione, per un ordine di allontanamento dal centro cittadino. La domanda iniziale del corso, fino a che punto si può limitare un diritto per garantire la sicurezza, ha sempre la stessa forma di risposta; cambiano le norme.

Come lo studiano

  • Le dispense del corso, studiate nella loro interezza, sono la base. Il materiale ufficiale comprende le videolezioni da circa 30 minuti, le dispense del docente, le slide e un questionario di autovalutazione per ogni lezione; il testo di riferimento indicato dal programma è facoltativo.
  • Dividi il programma in tre parti. Diritti umani e terrorismo (lezioni 1-10), teorie e modelli di polizia (11-24), sicurezza applicata: città, giovani, strada, immigrazione (25-45). Ogni parte ha un lessico e un tipo di fonti proprio, e cambiare registro tra una parte e l'altra è la difficoltà principale.
  • Tieni a mente le tre domande del bilanciamento. Base di legge, scopo legittimo, proporzionalità: sono la chiave di quasi ogni lezione di diritto, dalla CEDU alle ordinanze del sindaco.
  • Per trattati, leggi e sentenze citati fai una scheda. Anno, organo, contenuto: sono i dati che si confondono più facilmente, perché il corso mette insieme norme internazionali, europee e italiane.
  • Controlla la data delle fonti che usi. Alcune norme di questa guida sono recenti o cambiano spesso (sicurezza urbana, immigrazione, Codice della strada): confronta sempre gli appunti con il testo aggiornato.
  • I riassunti degli studenti sono uno schema, non un sostituto. Possono aiutare a ripassare i passaggi, da affiancare alle dispense fornite.

Domande dalla community

Dove si trovano le dispense di Diritti umani e sicurezza?
È una domanda che si ripete tra chi inizia. Le dispense predisposte dal docente fanno parte del materiale ufficiale della piattaforma, insieme alle videolezioni, alle slide e al questionario di autovalutazione di ogni lezione: è da lì che si studia.
In quanto tempo si prepara questo esame?
Dipende da quanto tempo si può dedicare allo studio ogni settimana. Con 45 lezioni da circa 30 minuti il carico di visione è di circa 22 ore e mezza; la stima per chi lavora è nella sezione Quanto tempo serve.

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Come funziona l'esame

Le modalità d'esame cambiano nel tempo: numero di domande, forma scritta o orale, punti premialità. Trovi tutto spiegato nella guida completa, sempre aggiornata:

Come funzionano gli esami Pegaso, Mercatorum e San Raffaele →

Quanto tempo serve

Le 45 lezioni durano circa 30 minuti ciascuna: sono circa 22 ore e mezza di visione. Con cinque lezioni a settimana la visione si chiude in nove settimane, a cui si aggiunge il tempo per rileggere le dispense e ripassare le norme citate; per il programma da 54 lezioni, circa 27 ore, sono undici settimane di visione. Per chi lavora o ha altri insegnamenti da preparare, un periodo di otto-dieci settimane per il programma da 45 lezioni è una stima realistica. Il tempo più lungo non lo prendono i concetti, ma il numero di fonti diverse da ricordare: convenzioni, direttive, leggi e sentenze, che conviene fissare con le schede descritte sopra.

Questa materia ti prepara a…

  • Diritto Penale — i reati di terrorismo, il giusto processo e le misure di prevenzione si studiano più a fondo con il codice penale
  • Diritto Amministrativo — polizia amministrativa, ordinanze del sindaco e sanzioni amministrative hanno qui la loro disciplina generale
  • Diritto dell'Unione Europea — Carta dei diritti fondamentali, spazio di libertà, sicurezza e giustizia, regolamenti e direttive sul terrorismo
  • Diritto Costituzionale — le libertà fondamentali e il riparto di competenze tra Stato ed enti locali
  • Le professioni in cui la sicurezza è la materia quotidiana: polizia locale, sicurezza privata, investigazione, analisi criminologica

Domande frequenti

9 CFU, settore IUS/01, al 1° anno del profilo Scienze giuridiche per la criminologia, l'investigazione e la sicurezza. Nel piano A.A. 2026/2027 il programma ufficiale è il codice 0142509IUS01I, con 45 lezioni; il piano A.A. 2024/2025 riporta il codice 0142009IUS01I, con 54 lezioni.

Il programma parte dai diritti umani nel diritto internazionale e nella Convenzione europea (giusto processo, libertà di pensiero e di religione), passa al terrorismo internazionale e al suo finanziamento, poi alle teorie sul controllo sociale e ai modelli di polizia e di politica della sicurezza in Europa e in Italia. Chiude con la sicurezza urbana, la devianza giovanile, la sicurezza stradale e l'immigrazione.

La sicurezza è essa stessa un diritto: la Dichiarazione universale e la Convenzione europea tutelano la libertà e la sicurezza della persona. Ma le misure con cui la si garantisce, come controlli, sorveglianza o restrizioni della libertà, incidono su altri diritti. Per questo il corso studia come bilanciare i due interessi: un limite deve avere una base di legge, perseguire uno scopo legittimo ed essere proporzionato.

È il trattato firmato a Roma nel 1950 nell'ambito del Consiglio d'Europa, in vigore dal 1953, che elenca i diritti fondamentali (vita, libertà personale, equo processo, vita privata, libertà di pensiero, coscienza e religione, espressione) e istituisce la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, a cui ci si rivolge dopo aver esaurito le vie di ricorso interne. Non è un atto dell'Unione europea.

È l'insieme degli interventi con cui Stato, Regioni ed enti locali, ciascuno per le proprie competenze, concorrono a un sistema unitario di sicurezza per le comunità. In Italia la nozione è nel d.l. 14/2017, che prevede anche i patti per la sicurezza urbana tra prefetto e sindaco. Il programma la affronta in più lezioni, comprese quelle sull'approccio multidisciplinare.

Sono lo stesso insegnamento in due piani di studio: 0142509IUS01I (A.A. 2026/2027) ha 45 lezioni, 0142009IUS01I (A.A. 2024/2025) ne ha 54. Il programma da 54 lezioni comprende tutti gli argomenti di quello da 45 e ne aggiunge nove: criminalità diffusa, etichettamento e scelte razionali, pubblica sicurezza in Italia, comparti di specialità delle forze di polizia, ordinanze sindacali, approccio ambientale, città e tranquillità pubblica, ingresso nel territorio nazionale, circolazione dei cittadini comunitari e dei profughi.

Il programma indica un testo di riferimento suggerito dal docente, facoltativo. Il materiale ufficiale del corso è fatto di videolezioni di circa 30 minuti, dispense del docente, slide e un questionario di autovalutazione per lezione.

Le regole seguono il formato degli esami Mercatorum, uguale per tutte le materie, e cambiano spesso. Per i dettagli aggiornati leggi la guida agli esami Pegaso, Mercatorum e San Raffaele.

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I marchi e i nomi di ateneo citati in questa guida (Pegaso, Mercatorum, San Raffaele) sono utilizzati esclusivamente a fini descrittivi e informativi. La guida è realizzata in modo indipendente, senza alcun rapporto di affiliazione o collaborazione con gli atenei citati. Lo studente resta responsabile del rispetto del regolamento didattico e degli obblighi contrattuali del proprio ateneo.

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