Storia dell'innovazione e del Made in Italy è un esame a scelta da 9 CFU (settore SECS-P/12, codice 0602509SECSP12NM) di Economia Aziendale L18 Pegaso. Studia come l'innovazione ha guidato lo sviluppo economico, dalle rivoluzioni industriali all'euro e alla transizione ecologica, e come si sono formati e poi trasformati l'economia italiana e il Made in Italy. Le 45 videolezioni partono dalla teoria, passano per la storia e il pensiero economico, e chiudono con undici case study di imprese e settori italiani.
Lo scelgono studenti che vogliono un esame di area economica senza calcoli, di solito dopo aver sostenuto Storia economica, che il programma suggerisce di aver dato prima. A differenza di quella, che segue la cronologia dell'economia mondiale, qui il filo è l'innovazione e il punto d'arrivo è l'Italia. Questa guida segue l'elenco ufficiale delle lezioni, in sei parti.
Di cosa parla il programma
Obiettivi formativi ufficiali — programma Pegaso
- Esaminare l'evoluzione del rapporto tra innovazione, sviluppo e dinamica dei sistemi economici, in un'ottica cronologica e diacronica
- Illustrare le relazioni tra innovazione e sviluppo economico nelle diverse aree geoeconomiche globali nel corso del tempo
- Esaminare l'evoluzione dell'economia italiana contemporanea nell'ambito dell'evoluzione dei sistemi economici
- Illustrare le relazioni tra l'evoluzione dell'economia italiana, i principali settori del Made in Italy e le diverse aree geoeconomiche globali
Cosa trovi in questa guida
Prima il programma e il codice. Poi gli argomenti in sei parti: innovazione e sviluppo, industrializzazione ed Europa, economia circolare e transizione, pensiero economico, Italia e Made in Italy, case study. C'è un confronto interattivo tra le scuole di pensiero e una linea del tempo sul Made in Italy. Il metodo operativo è in Metodo di studio.
Il PDF del codice 0602509SECSP12NM elenca 45 videolezioni numerate. Qui le raggruppiamo per area, con i titoli ufficiali abbreviati dove sono lunghi:
- Innovazione e sviluppo (1-10) — Innovazione e sviluppo economico; Il ruolo delle istituzioni; Elementi dello sviluppo del capitalismo industriale: demografia, energia, sistemi finanziari; Il ruolo dell'innovazione nella teoria dei cicli economici; Innovazione, tecnologia, produttività; Innovazione e modelli bancari e finanziari; L'economia dello sviluppo e i suoi approcci teorici; Innovazione e paradigmi energetici
- Industrializzazione, Russia, età dell'oro ed Europa (11-16) — L'industrializzazione europea: l'età delle macchine, del carbone e del vapore; La «seconda rivoluzione industriale» e gli attori dell'industrializzazione; La Russia da Lenin ai piani quinquennali di Stalin; La golden age e il miracolo economico italiano; La Comunità Europea dalle origini alla crisi degli anni Settanta; La costruzione dell'Euro
- Economia circolare e transizione (17-19) — Dal modello lineare all'economia circolare; La bioeconomia circolare e le scelte del PNRR; Le energie rinnovabili, l'innovazione e la decarbonizzazione in Italia
- Il pensiero economico (20-24) — Il pensiero liberale classico; Karl Marx; Il marginalismo; Keynes e il keynesismo; Dal monetarismo alla crisi del 2007
- Crisi, Italia e Made in Italy (25-34) — La «lunga crisi» (2008-2014) e il potenziale produttivo; Progresso tecnico e lock-in in un'economia «in ritardo»; Casi-studio: il modello di business in un contesto globalizzato e a cambi fissi; Ascesa e declino del made in Italy; L'evoluzione del Made in Italy: strategie aziendali e riscontri empirici; La politica industriale e il cambiamento strutturale; Il sistema delle imprese in un ambiente turbolento: un'analisi territoriale; L'effetto asimmetrico del doppio shock (euro/globalizzazione e «lunga crisi»); La distribuzione del reddito con piccole imprese prevalenti; La filiera del Made in Italy oggi
- Case study (35-45) — Marketing di Stato: le aziende del gruppo Iri; Nutella; Banche e marketing in Italia; Marketing e politica in Italia tra XX e XXI secolo; Alitalia; Il settore turistico; Alfa Romeo; Il settore agroalimentare italiano; Olivetti; Dall'Agip all'Eni; Dolce & Gabbana
Stai preparando questo esame? Nel gruppo della materia trovi chi lo sta preparando, i materiali condivisi dagli studenti e le date di chi lo prenota con te.
Codice, corsi e gruppo
L'esame ha un solo codice, 0602509SECSP12NM, da 9 CFU e 45 videolezioni. In Economia Aziendale L18 compare tra gli insegnamenti a scelta del piano 2026/2027; chi lo prende da un altro corso, come L19, segue lo stesso programma. Il gruppo WhatsApp della materia è uno solo e nell'elenco dei gruppi sta sotto L19, dove è nato.
| Corso | Come entra nel piano | Gruppo |
|---|---|---|
| Economia Aziendale L18 | Insegnamento a scelta del piano 2026/2027 | |
| Scienze dell'Educazione L19 | Esame di un altro corso scelto tra quelli a scelta: stesso codice e stesso programma |
Il nome si confonde con altri tre esami:
- Storia economica (codice 0602509SECSP12INM, 9 CFU), lo stesso settore ma al primo anno: racconta lo sviluppo dell'economia mondiale in ordine cronologico, mentre questo esame ha come filo l'innovazione e come punto d'arrivo l'Italia.
- Storia dell'innovazione e dello sviluppo economico (codice 0602210SECSP12II, 10 CFU), esame di piani L18 precedenti, con 60 videolezioni, una storia economica più lunga e una grande parte sull'Italia, ma senza case study né lezioni sul Made in Italy. Se ti passano materiale su quel codice, confrontalo con l'elenco delle tue 45 lezioni.
- Storia dell'innovazione tecnologica (codice 0912509MSTO05NM, 9 CFU), esame della magistrale LM-85, di un altro settore (M-STO/05) e con un altro programma.
Argomenti del programma da approfondire
Il corso si muove in sei tappe. Si parte dalla teoria: che cos'è l'innovazione, come si lega ai cicli e allo sviluppo, quali condizioni la rendono possibile. Poi la storia delle grandi trasformazioni, dal carbone all'euro, e uno sguardo alla transizione ecologica. Si passa al pensiero economico, che dà le lenti per leggere i fatti. La quinta tappa porta tutto sull'Italia, dalla lunga crisi al Made in Italy. L'ultima sono i case study, in cui i concetti si applicano a imprese e settori reali. Seguiamo l'ordine ufficiale delle lezioni, perché è già costruito in questa sequenza.
Mappa — la sequenza di questa guida
Innovazione e sviluppo
- Innovazione, tecnologia e produttività
- Cicli economici
- Istituzioni e demografia
- Energia
- Finanza e banche
- Economia dello sviluppo
Industrializzazione ed Europa
- Carbone e vapore
- Seconda rivoluzione industriale
- Russia da Lenin a Stalin
- Età dell'oro e miracolo italiano
- Comunità europea
- Costruzione dell'euro
Economia circolare e transizione
- Dal modello lineare all'economia circolare
- Bioeconomia e PNRR
- Rinnovabili e decarbonizzazione
Il pensiero economico
- Liberali classici
- Karl Marx
- Marginalismo
- Keynes
- Monetarismo e crisi del 2007
- Le scuole a confronto
Italia e Made in Italy
- La lunga crisi e il potenziale produttivo
- Lock-in
- Business model e cambi fissi
- Ascesa e declino del Made in Italy
- Politica industriale
- Imprese e territorio dopo i due shock
- Distribuzione del reddito
- La filiera di oggi
Case study
- Stato imprenditore: Iri, Eni, Alitalia
- Alfa Romeo e Olivetti
- Nutella e Dolce & Gabbana
- Turismo e agroalimentare
- Banche e politica
1. Innovazione, tecnologia e produttività
Il corso parte da tre parole che in economia non sono sinonimi. L'invenzione è un'idea o un dispositivo nuovo. L'innovazione è la sua prima applicazione economica: un prodotto, un metodo di produzione, un mercato, una fonte di materie prime o un'organizzazione dell'impresa nuovi, l'elenco di Joseph Schumpeter. La diffusione è l'adozione da parte di altre imprese: senza, l'innovazione resta un caso isolato. La produttività misura il prodotto ottenuto da una data quantità di risorse; quella del lavoro è il valore prodotto per ora lavorata. Nel lungo periodo il reddito per abitante cresce se cresce la produttività, ed è su questo legame che il corso costruisce il rapporto tra innovazione e sviluppo.
Schema — Invenzione, innovazione, diffusione
| Concetto | Esempio: la macchina a vapore |
|---|---|
| Invenzione | Il condensatore separato, brevettato da James Watt nel 1769 |
| Innovazione | L'uso del vapore per azionare pompe e macchine di miniere e fabbriche, dagli anni Settanta del Settecento |
| Diffusione | Il vapore nelle filande, nelle ferriere e poi nelle ferrovie |
Collegamento: le innovazioni arrivano a ondate, e le ondate si riflettono sull'andamento dell'economia: è il tema della lezione sui cicli.
2. I cicli economici e il ruolo dell'innovazione
Un ciclo economico è l'alternanza di fasi di espansione e di rallentamento dell'attività. Gli economisti ne descrivono di durata diversa: i cicli di Kitchin (3-5 anni, legati alle scorte), di Juglar (7-11 anni, agli investimenti in macchinari), di Kuznets (15-25 anni, alle costruzioni e alla demografia) e le onde lunghe di Kondratiev (45-60 anni), legate a gruppi di innovazioni che trasformano l'intero sistema produttivo: vapore, ferrovie, elettricità, petrolio, informatica. Il legame con l'innovazione è la tesi di Schumpeter: quando un'impresa ha successo con una novità, altre la imitano, gli investimenti crescono e l'economia si espande; quando il settore si satura e le nuove imprese mettono fuori mercato le vecchie, segue una fase di assestamento. È la distruzione creatrice: il nuovo si afferma distruggendo ciò che lo precede.
Collegamento: perché alcune società producono queste spinte e altre no? Una prima risposta sta in quattro condizioni: regole, popolazione, energia, finanza.
3. Istituzioni e demografia
Le istituzioni sono le regole, formali e informali, che orientano i comportamenti economici: leggi, diritti di proprietà, contratti, brevetti, fiducia reciproca. L'idea, associata soprattutto a Douglass North, è che chi investe e innova deve poter contare sul fatto che i frutti non gli vengano sottratti. Un sistema di brevetti dà all'inventore un vantaggio temporaneo in cambio della divulgazione.
La transizione demografica è il passaggio da molte nascite e molti decessi a poche nascite e pochi decessi. In mezzo, quando la mortalità scende prima della natalità, la popolazione cresce in fretta: in Europa tra Settecento e Ottocento. Più persone vogliono dire più manodopera e più domanda, ma anche più bocche da sfamare, e l'industria e l'emigrazione assorbono l'eccedenza.
Collegamento: regole e popolazione non bastano senza qualcosa che faccia muovere le macchine: l'energia.
4. Energia e paradigmi energetici
Fino all'Ottocento l'economia europea si regge su energia «organica»: muscoli, legna, acqua, vento. Il limite è la terra, che deve dare cibo, legna e fibre. Il carbone lo supera, e con il vapore trasforma il calore in lavoro meccanico. Un paradigma energetico è l'insieme di fonte, tecnologie, infrastrutture e settori che si organizzano attorno ad essa. Al carbone si affiancano vapore, ferrovie e siderurgia; al petrolio e all'elettricità motore a scoppio, automobile, chimica e grande impresa; oggi gas, rinnovabili e reti digitali. I cambiamenti sono lenti perché miniere, raffinerie, centrali e reti costano molto e durano a lungo.
Collegamento: miniere, ferrovie e impianti richiedono capitali ingenti e a lungo termine: per questo l'ultimo fattore è la finanza.
5. Sistemi finanziari e modelli bancari
Innovare costa e il risultato è incerto, quindi serve un sistema finanziario che raccolga il risparmio e lo porti verso gli investimenti. Anche la finanza innova: le città italiane del Rinascimento perfezionano cambiale, banca mercantile e partita doppia. Nell'Ottocento si affermano la banca commerciale, che raccoglie depositi e concede credito a breve, e la banca mista, che finanzia anche gli investimenti industriali a lungo termine: è il modello di Germania e Italia, con la Banca Commerciale Italiana (1894) e il Credito Italiano (1895). Dopo le crisi bancarie dei primi anni Trenta il credito ordinario viene separato da quello industriale, con il Glass-Steagall Act (1933) negli Stati Uniti e la legge bancaria italiana del 1936. Dagli anni Novanta la banca universale torna a essere la regola, e oggi il cambiamento arriva dal fintech.
Collegamento: istituzioni, popolazione, energia e finanza sono le condizioni dello sviluppo. Resta da vedere come le teorie dello sviluppo le mettono insieme.
6. L'economia dello sviluppo e i suoi approcci teorici
L'economia dello sviluppo studia perché i Paesi crescono a velocità diverse. Il programma parla di «approcci teorici»; qui sotto trovi i riferimenti classici a confronto.
Schema — Gli approcci allo sviluppo e il posto dell'innovazione
| Approccio | Idea centrale | Innovazione |
|---|---|---|
| Fasi di Rostow | Cinque fasi, dalla società tradizionale al consumo di massa, con un «decollo» | Nuovi settori trainanti sostengono il decollo |
| Gerschenkron | Più un Paese è in ritardo, più compensa con banche e Stato ciò che manca | Si importano tecnologie già sperimentate |
| Lewis | Dualismo: l'agricoltura tradizionale alimenta di manodopera il settore moderno | Il settore moderno adotta tecnologie più produttive |
| Solow | Il capitale ha rendimenti decrescenti | È l'unica fonte di crescita di lungo periodo, ma esterna al modello |
| Crescita endogena | Conoscenza e capitale umano danno rendimenti crescenti | Nasce dentro l'economia, da ricerca e istruzione |
Collegamento: chiusa la parte teorica, il programma passa ai fatti, dal luogo e dal momento in cui le condizioni dello sviluppo si sono messe insieme per la prima volta: l'industrializzazione europea.
7. Carbone e vapore: l'industrializzazione europea
La prima industrializzazione nasce in Gran Bretagna nella seconda metà del Settecento, con le macchine che sostituiscono il lavoro manuale e il carbone che le alimenta. Tra le spiegazioni del primato britannico ci sono il carbone abbondante, i salari relativamente alti, che rendevano conveniente usare le macchine, e istituzioni che tutelavano la proprietà. Le novità sono nel tessile (spoletta volante 1733, filatoio «jenny» 1764, telaio meccanico 1785), nell'energia (macchina a vapore di Newcomen 1712, perfezionata da Watt nel 1769), nella siderurgia (ferro fuso con il coke dal 1709) e nei trasporti (prime ferrovie nel 1825 e 1830). Il lavoro passa dalla casa alla fabbrica. Il modello si diffonde in Belgio, ricco di carbone e ferro, in Francia, e in Germania dopo lo Zollverein, l'unione doganale del 1834; chi arriva dopo importa tecnologie già sperimentate e compensa il ritardo con banche e Stato.
Collegamento: alla fine dell'Ottocento carbone e ferro non bastano più: scoperte scientifiche creano industrie che dipendono dalla ricerca, e il protagonista cambia, da Londra a Berlino e New York.
8. Acciaio, chimica, elettricità: la seconda rivoluzione e i suoi attori
Tra il 1870 e il 1914 la seconda rivoluzione industriale si fonda sull'acciaio a basso costo (convertitore Bessemer, 1856), sulla chimica (coloranti sintetici, 1856, e concimi), sull'elettricità (lampada a incandescenza di Edison, 1879; prime centrali, New York 1882) e sul petrolio con il motore a scoppio (quattro tempi di Otto, 1876; prime automobili di Benz e Daimler, 1886). La novità è il legame tra scienza e produzione: laboratori di ricerca nelle imprese, chimici e ingegneri formati nelle università. Nessuno agisce da solo, e il programma insiste sugli «attori»: la grande impresa, con manager professionisti, che integra produzione, ricerca e distribuzione (Standard Oil, Siemens, Krupp); le banche, che finanziano impianti costosi; lo Stato, che protegge le industrie nascenti, come con la tariffa doganale italiana del 1887, e forma tecnici.
L'Italia arriva più tardi: Gerschenkron colloca il suo «grande balzo» industriale tra il 1896 e il 1908, nel triangolo Milano-Torino-Genova, con siderurgia, meccanica, elettricità e automobile e nomi come Pirelli, Fiat e le acciaierie di Terni.
Collegamento: la grande impresa e il mercato dell'Ottocento si interrompono con la Prima guerra mondiale. Il programma passa a un'esperienza opposta, in cui non decide il mercato ma lo Stato: la Russia dopo la rivoluzione.
9. La Russia da Lenin ai piani quinquennali di Stalin
Dopo la rivoluzione del 1917 il governo bolscevico adotta il comunismo di guerra (1918-1921): nazionalizza l'industria e requisisce il grano. La produzione crolla, e nel 1921 Lenin lancia la Nuova politica economica (NEP): la requisizione lascia il posto a un'imposta in natura, il piccolo commercio e l'agricoltura privati sono di nuovo permessi, mentre lo Stato tiene grande industria, banche e commercio estero. Alla fine degli anni Venti si sceglie invece di industrializzare in fretta, con il primo piano quinquennale (1928-1932): obiettivi di produzione fissati per tutto il Paese, priorità all'industria pesante, collettivizzazione dell'agricoltura e importazione di tecnologie e tecnici stranieri, con accordi con imprese occidentali come Ford. Il risultato è una crescita industriale rapidissima e una forte urbanizzazione, pagate con un costo sociale altissimo, compresa la carestia del 1932-1933. Nella lettura di Gerschenkron è un caso estremo di recupero guidato dallo Stato.
Collegamento: dopo la Seconda guerra mondiale la contrapposizione tra i due modelli diventa mondiale. In Occidente la ricostruzione apre il periodo di crescita più forte della storia europea.
10. La golden age e il miracolo economico italiano
Tra il 1950 e il 1973 le economie occidentali crescono come mai prima, con piena occupazione e consumi di massa: è la golden age, l'età dell'oro. I motori sono cambi stabili, commercio più libero, energia a basso costo e la diffusione in Europa della produzione di massa americana, favorita dal Piano Marshall. Il progresso tecnico è soprattutto imitazione e diffusione.
L'Italia vive questo periodo in forma intensa. Tra fine anni Cinquanta e primi Sessanta, il «miracolo economico», il prodotto cresce a più del 5% l'anno e il Paese passa da un'economia ancora in gran parte agricola a una industriale. Arrivano i beni durevoli, dalla Vespa alla Fiat 600 (1955) e alla Fiat 500 (1957), da frigoriferi e lavatrici al televisore, e l'Autostrada del Sole (1964) unisce Milano e Napoli. Iri ed Eni forniscono acciaio ed energia a costi contenuti. Le ombre sono l'emigrazione interna dal Sud, il divario con il Nord che la Cassa per il Mezzogiorno (1950) non chiude, la dipendenza dal petrolio e le tensioni dell'autunno caldo del 1969.
Collegamento: la crescita è anche frutto dell'integrazione europea, che allarga i mercati e vede l'Italia tra i Paesi fondatori.
11. La Comunità europea dalle origini alla crisi degli anni Settanta
La costruzione europea parte dai prodotti simbolo della prima industrializzazione, carbone e acciaio: con il Trattato di Parigi (1951) sei Paesi, Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Germania occidentale, mettono in comune quella produzione sotto un'autorità sovranazionale. Nel 1957 i Trattati di Roma istituiscono la Comunità economica europea, un mercato comune fondato su un'unione doganale, e l'Euratom. Poi arrivano la politica agricola comune (1962), l'unione doganale completa (1968) e il primo allargamento (1973), con Regno Unito, Irlanda e Danimarca. Proprio in quegli anni il quadro cambia: finisce Bretton Woods, i cambi diventano instabili, il petrolio rincara. La Comunità risponde con il «serpente monetario» (1972), un accordo per limitare le oscillazioni tra le monete europee, ma la fase di crescita facile è finita.
Collegamento: il serpente non basta a stabilizzare i cambi. Da qui nasce una lunga ricerca di moneta stabile, che passa per il Sistema monetario europeo e porta all'euro.
12. La costruzione dell'Euro
Nel 1979 nasce il Sistema monetario europeo (SME), con cambi fissi ma aggiustabili e una unità di conto, l'ECU. Nel 1986 l'Atto unico europeo programma il mercato unico entro il 1992. Il Trattato di Maastricht, firmato nel 1992 e in vigore dal 1993, indica cinque criteri di convergenza: inflazione, tassi di interesse, stabilità del cambio, disavanzo pubblico non oltre il 3% del PIL e debito non oltre il 60%. Nel settembre 1992 la lira e la sterlina lasciano lo SME sotto la pressione dei mercati. La Banca centrale europea è attiva dal 1998 e dal 1° gennaio 1999 i cambi tra le monete di undici Paesi, Italia compresa, sono fissati in modo irrevocabile; banconote e monete arrivano nel 2002. Nell'area non c'è più rischio di cambio, ma un Paese non può più svalutare per recuperare competitività: per l'Italia è un cambio di regime che le lezioni 27 e 32 riprendono in chiave aziendale.
Collegamento: con l'euro si chiude la storia delle regole monetarie. Il programma torna all'innovazione, per vedere come cambia il modo di produrre quando i vincoli sono anche ambientali.
13. Dal modello lineare all'economia circolare
Ogni ondata di innovazione ha portato un modo diverso di organizzare la produzione: dalla lavorazione a domicilio alla fabbrica, al fordismo con la catena di montaggio introdotta da Ford nel 1913, alla produzione snella di Toyota, che elimina sprechi e scorte, fino alla fabbrica digitale dell'«Industria 4.0». Hanno un tratto in comune: sono lineari. Si estraggono materie prime, si produce, si consuma, si getta. L'economia circolare rovescia la logica: il prodotto è progettato per durare, essere riparato e riciclato, e i rifiuti di un processo diventano materia prima di un altro. Nella gerarchia europea dei rifiuti lo smaltimento viene dopo prevenzione, riutilizzo e riciclaggio.
Collegamento: la logica circolare non riguarda solo l'industria. Nella lezione successiva si applica alle risorse biologiche e diventa una scelta di politica economica.
14. La bioeconomia circolare e le scelte del PNRR
La bioeconomia usa risorse biologiche rinnovabili, cioè prodotti agricoli, foreste, pesca e residui organici, per ottenere cibo, materiali ed energia. È circolare quando gli scarti agricoli, urbani e industriali diventano materia prima: biogas e biometano, compost, bioplastiche. Il programma la definisce una innovazione sistemica: non basta una tecnologia, serve un cambiamento coordinato di agricoltura, industria, energia, rifiuti, ricerca e regole. Il PNRR, con cui l'Italia usa le risorse europee di Next Generation EU, la traduce in investimenti: supera i 190 miliardi di euro tra sovvenzioni e prestiti e ha sei missioni. Bioeconomia ed economia circolare stanno in quella sulla rivoluzione verde e la transizione ecologica, con agricoltura sostenibile, rinnovabili, efficienza energetica e tutela delle risorse idriche.
Collegamento: tra gli obiettivi della missione verde c'è la riduzione delle emissioni legate all'energia: le fonti rinnovabili.
15. Le energie rinnovabili, l'innovazione e la decarbonizzazione in Italia
La decarbonizzazione è la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e degli altri gas serra, soprattutto quelle da energia, fino al pareggio con ciò che può essere assorbito. L'Unione europea punta alla neutralità climatica nel 2050, con emissioni nette ridotte di almeno il 55% entro il 2030 rispetto al 1990 (legge europea sul clima, 2021). L'Italia importa gran parte dei combustibili che consuma, quindi le rinnovabili sono anche sicurezza energetica. La loro storia è lunga: il carbone bianco, cioè l'idroelettrico delle Alpi, alimenta l'industria del Nord dall'inizio del Novecento, e a Larderello, in Toscana, nel 1904 si produce per la prima volta elettricità dal vapore geotermico. Il boom di solare ed eolico è invece recente, dagli anni Duemila, sostenuto da incentivi come il «conto energia». Sono un «volano per l'innovazione» se spingono nuove industrie e nuova ricerca: pannelli e turbine più efficienti, accumulo, reti intelligenti.
Collegamento: fin qui le lezioni hanno raccontato che cosa è successo. Le cinque successive spiegano con quali idee gli economisti hanno letto i fatti.
16. Il pensiero liberale classico
Con Adam Smith e La ricchezza delle nazioni (1776) la ricchezza non è più l'oro del mercantilismo ma il prodotto annuo del lavoro, che cresce con la divisione del lavoro: in una fabbrica di spilli dieci operai specializzati ne producono circa 48.000 al giorno, molti più di quanti ne farebbero da soli. La specializzazione è limitata dall'ampiezza del mercato, e il mercato è guidato dall'interesse individuale: la «mano invisibile» porta a un risultato utile alla collettività senza che nessuno lo voglia. Allo Stato restano difesa, giustizia e alcune opere pubbliche. David Ricardo aggiunge il vantaggio comparato (due Paesi hanno interesse a scambiare anche se uno è più efficiente in tutto) e la teoria della rendita. La legge di Say, per cui l'offerta crea la propria domanda, esclude una sovrapproduzione generale. Sull'innovazione lo sguardo è duplice: divisione del lavoro e macchine aumentano la produttività, ma Ricardo ammette che le macchine possano danneggiare gli operai.
Collegamento: un secolo dopo Smith il capitalismo industriale ha prodotto ricchezza e conflitto sociale. Karl Marx parte dagli stessi concetti di valore e lavoro, con conclusioni opposte.
17. Il pensiero di Karl Marx
Nel Capitale (primo libro, 1867) Marx usa il valore-lavoro classico per spiegare il profitto. Il lavoratore vende la propria forza lavoro e riceve un salario; il valore che crea in una giornata è maggiore, e la differenza è il plusvalore, che il capitalista si appropria. La società si divide in borghesia, che possiede i mezzi di produzione, e proletariato, che possiede solo il proprio lavoro: è il terreno del conflitto. Per la concezione materialistica della storia, forze produttive e rapporti di produzione determinano istituzioni e idee di un'epoca. La concorrenza costringe a reinvestire e a innovare: il Manifesto (1848) dice che la borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione. Per Marx, man mano che le macchine sostituiscono il lavoro, il saggio di profitto tende a scendere e la capacità di produrre supera quella di consumare, quindi le crisi sono ricorrenti.
Collegamento: la risposta degli economisti accademici al valore-lavoro, di Marx come dei classici, è la rivoluzione marginalista.
18. Il marginalismo
Intorno al 1870 Jevons, Menger e Walras spostano la spiegazione del valore dal lavoro all'utilità. Un bene vale per la soddisfazione dell'ultima unità consumata, l'utilità marginale, che diminuisce man mano che se ne consuma: il decimo bicchiere d'acqua soddisfa meno del primo. I prezzi nascono dall'incontro di domanda e offerta e il mercato tende all'equilibrio: Walras lo descrive per tutti i mercati insieme, Marshall (1890) per un mercato alla volta, con domanda e offerta che, come le due lame di una forbice, determinano prezzo e quantità. Il limite, per un corso sull'innovazione, è che il modello di base è statico: la tecnica è un dato e il cambiamento tecnologico arriva da fuori. Schumpeter critica proprio questa visione di un'economia che si ripete uguale.
Collegamento: il marginalismo spiega come si forma un prezzo, non perché un'economia resti ferma per anni, con fabbriche chiuse e disoccupati. Nel 1936 è Keynes a metterlo al centro.
19. Keynes e il keynesismo
La crisi degli anni Trenta mette in dubbio che il mercato riporti da solo alla piena occupazione. Nella Teoria generale (1936) John Maynard Keynes sostiene che produzione e occupazione dipendono dalla domanda effettiva, la spesa complessiva per consumi e investimenti. Se è debole, l'economia può stabilizzarsi con molti disoccupati involontari. Gli investimenti sono la parte più instabile, perché dipendono da aspettative incerte, quelli che Keynes chiama «spiriti animali». Da qui il ruolo dello Stato: sostenere la domanda con spesa pubblica e politica fiscale. Lo spiega il moltiplicatore: una spesa in più diventa reddito di qualcuno, che ne consuma una parte, e così via. Con una propensione marginale al consumo di 0,75 il moltiplicatore, nella versione più semplice, è 1/(1 − 0,75) = 4: 10 miliardi di spesa in più generano alla fine 40 miliardi di reddito. Il keynesismo governa l'economia occidentale nei trent'anni dopo la guerra, con gestione della domanda, welfare e, dal 1944, il sistema di Bretton Woods a cui Keynes lavora.
Collegamento: il consenso keynesiano dura finché dura la crescita. Negli anni Settanta inflazione e stagnazione insieme lo mettono in crisi, e un'altra scuola occupa il campo.
20. Dal monetarismo alla crisi del 2007
La stagflazione degli anni Settanta, inflazione e disoccupazione insieme, mette in difficoltà il modello keynesiano. Milton Friedman e la Scuola di Chicago propongono il monetarismo: l'inflazione è sempre un fenomeno monetario, quindi basta controllare la quantità di moneta, e la disoccupazione ha un livello «naturale» che la spesa pubblica non può abbassare in modo stabile. La teoria delle aspettative razionali, sviluppata da Robert Lucas e altri, sostiene che i cittadini, prevedendo le mosse del governo, ne annullano gli effetti. Sul piano politico sono gli anni di Thatcher (1979) e Reagan (1981), con privatizzazioni e deregolamentazione, e poi di banche centrali indipendenti con obiettivo di inflazione bassa.
La deregolamentazione apre la strada all'innovazione finanziaria: la cartolarizzazione, cioè la cessione di crediti a società che emettono titoli, e i derivati. Negli Stati Uniti le banche concedono mutui anche a clienti poco affidabili, i subprime, poi cartolarizzati e venduti a investitori di tutto il mondo. Quando i prezzi delle case scendono i titoli perdono valore senza che si sappia dove sono finite le perdite: nell'estate del 2007 le banche smettono di fidarsi l'una dell'altra e la crisi comincia.
Collegamento: prima di seguire la crisi fino al 2014 conviene rimettere in fila le cinque scuole, perché le risposte alla crisi pescano in tutte.
21. Le cinque scuole a confronto
Le cinque lezioni sul pensiero economico si leggono meglio una accanto all'altra, sulle stesse domande. Scegli una caratteristica.
Confronta le 5 scuole di pensiero
| Caratteristica | Classici | Marx | Marginalisti | Keynes | Monetaristi |
|---|---|---|---|---|---|
| Idea centrale | La ricchezza nasce dal lavoro e dalla sua divisione; il mercato regola l'economia | Il capitale si accumula con il plusvalore creato dal lavoro | Il valore dipende dall'utilità marginale; i prezzi da domanda e offerta | Produzione e occupazione dipendono dalla domanda effettiva | La quantità di moneta determina l'inflazione |
| Ruolo dello Stato | Limitato: difesa, giustizia, opere pubbliche | Espressione degli interessi della classe dominante | Secondario nel modello base; correttivo dove il mercato non funziona | Attivo: spesa pubblica e politica fiscale sostengono la domanda | Limitato: regole stabili per la moneta |
| Le crisi | Squilibri temporanei; per Say niente sovrapproduzione generale | Inevitabili e ricorrenti, legate all'accumulazione | Scostamenti temporanei dall'equilibrio, riassorbiti dai prezzi | Carenza di domanda, che può durare e lasciare disoccupazione | Effetto di errori della politica monetaria |
| L'innovazione | Divisione del lavoro e macchine aumentano la produttività | La concorrenza costringe a innovare e a sostituire lavoro con macchine | Nel modello di base la tecnica è data | L'investimento dipende da aspettative instabili | Poco rilievo diretto; conta un contesto monetario stabile |
Le scuole si distinguono per ciò che mettono al centro: il lavoro e il mercato (classici), il conflitto tra capitale e lavoro (Marx), l'utilità e i prezzi (marginalisti), la domanda complessiva (Keynes), la moneta (monetaristi).
Collegamento: con queste cinque lenti il programma torna ai fatti recenti: la crisi finanziaria diventa una lunga crisi, e l'economia italiana ne esce con un potenziale produttivo ridotto.
22. La «lunga crisi» e il potenziale produttivo
Dopo la recessione del 2008-2009 e una ripresa debole, tra il 2010 e il 2012 la crisi dei debiti sovrani colpisce Grecia, Irlanda, Portogallo e poi Spagna e Italia, finché nel luglio 2012 il presidente della Banca centrale europea dichiara che farà «whatever it takes» per salvare l'euro. L'Italia attraversa due recessioni (2008-2009 e 2011-2013) e impiega oltre dieci anni a recuperare il livello di prodotto del 2007: per questo il programma parla di «lunga crisi» fino al 2014. Il potenziale produttivo è il massimo livello di produzione sostenibile senza spingere l'inflazione, e dipende da capitale, lavoro e tecnologia. Una crisi lunga lo abbassa: gli impianti invecchiano, i disoccupati di lungo periodo perdono competenze, i giovani qualificati emigrano, le imprese chiudono e la ricerca si riduce. È l'isteresi: gli effetti di una recessione restano anche quando è finita.
Collegamento: perché alcune economie recuperano e altre restano indietro? La lezione sul lock-in propone una risposta.
23. Progresso tecnico e lock-in in un'economia «in ritardo»
Un'economia «in ritardo» ha produttività e capacità di innovare inferiori a quelle dei Paesi più avanzati: l'Italia, dove la produttività del lavoro cresce poco da circa metà degli anni Novanta, è il caso al centro del corso. Il lock-in, letteralmente «blocco», è la tendenza di scelte tecnologiche, organizzative o produttive del passato a rafforzarsi da sole e a rendere costoso cambiare. Succede quando i rendimenti aumentano con l'uso: più una tecnologia è diffusa, più utenti, fornitori e competenze si costruiscono attorno ad essa. Applicato a un Paese, il lock-in descrive un possibile circolo vizioso, che il programma indica come «possibile fenomeno» e non come destino: specializzazione in settori tradizionali, imprese piccole che investono poco in ricerca, produttività bassa e pochi profitti da reinvestire, scarsa domanda di laureati che emigrano o restano sottoutilizzati, e quindi ancora meno innovazione.
Collegamento: alcune imprese italiane hanno spezzato il circolo cambiando modello di business, nel contesto particolare dell'euro. Sono i casi-studio della lezione successiva.
24. Modelli di business, globalizzazione e cambi fissi
Il modello di business descrive come un'impresa crea valore e lo trattiene: a chi vende, con quale offerta, con quali attività, con quali ricavi. In un'area a cambi fissi come l'euro le monete dei Paesi membri non oscillano. Prima del 1999 le imprese italiane recuperavano competitività quando la lira si svalutava, come dopo il 1992; con l'euro questa valvola si chiude. Intanto la globalizzazione porta concorrenti asiatici a costi molto più bassi, soprattutto dopo l'ingresso della Cina nell'Organizzazione mondiale del commercio (2001). Chi vuole restare sul mercato deve cambiare qualcosa di più del prezzo: salire di gamma, puntando su qualità, design e marchio; internazionalizzare, vendendo su più mercati e spostando all'estero le fasi a basso valore; specializzarsi come fornitore insostituibile di una fase o di un componente, entrando nelle catene globali del valore; controllare la filiera, passando dal subappalto a marca propria e distribuzione, per tenere una parte più grande del valore.
Collegamento: queste scelte distinguono i prodotti che hanno costruito la fama dell'Italia da quelli che l'hanno persa: il racconto del Made in Italy.
25. Ascesa e declino del Made in Italy
Con Made in Italy il corso intende le produzioni italiane di qualità riconosciute sui mercati internazionali. Dopo la guerra l'Italia ha manodopera abile, tradizione artigiana, un mercato interno in crescita e accesso al mercato americano. Il declino ha cause esterne e interne. Tra le prime: la fine delle svalutazioni con l'euro, la concorrenza asiatica, la crisi del 2008 e gli shock esogeni, eventi imprevisti che arrivano da fuori, come gli shock petroliferi o la pandemia del 2020. Tra le seconde le politiche economiche: poca ricerca, scarsa politica industriale, costi amministrativi. La lezione 29 guarda le risposte delle imprese, con riscontri empirici: chi ha investito in qualità, marchio e mercati esteri ha in genere tenuto meglio.
Ricostruzione
Nel 1946 nasce la Vespa e nel 1951 Firenze ospita la prima sfilata di alta moda italiana per i compratori americani.
Il miracolo economico
Beni durevoli e design industriale entrano nelle case: Fiat 600 e 500, elettrodomestici, macchine da scrivere.
Gli anni Settanta
Gli shock petroliferi mettono in difficoltà le grandi imprese; la produzione si decentra in piccole imprese e distretti, e la lira debole aiuta l'export.
Gli anni Ottanta
Moda, arredo e alimentare si affermano come marchi mondiali; Milano diventa uno dei centri internazionali della moda pronta.
Euro e concorrenza asiatica
Nel 1992 la lira esce dallo SME e si svaluta, a vantaggio dell'export. Poi arrivano l'euro (1999), che toglie la svalutazione, e la Cina nel WTO (2001): sul prezzo la concorrenza si fa più dura.
La lunga crisi
La domanda interna crolla e il sistema delle imprese si seleziona. Tengono soprattutto quelle che esportano e che hanno investito in qualità e innovazione.
Oggi
Una filiera di imprese piccole e medie, distretti e marchi, che deve difendere l'identità dalle imitazioni e investire in digitale e sostenibilità.
Collegamento: se il declino dipende anche dalle politiche economiche, la domanda è quale politica possa cambiare la struttura produttiva di un Paese: è la politica industriale.
26. La politica industriale e il cambiamento strutturale
Il cambiamento strutturale è lo spostamento di risorse tra settori, dall'agricoltura all'industria ai servizi e, dentro l'industria, dai comparti a bassa produttività a quelli ad alta: uno dei canali con cui cresce la produttività complessiva. La politica industriale è l'insieme degli interventi con cui lo Stato prova a orientarlo. Si distingue quella verticale, rivolta a settori o imprese precise, con imprese pubbliche, incentivi o protezione, da quella orizzontale, che migliora le condizioni per tutte le imprese con ricerca, istruzione, infrastrutture e concorrenza. In Italia la prima domina dagli anni Trenta ai Settanta (Iri 1933, Cassa per il Mezzogiorno 1950, Eni 1953, Enel 1962); negli anni Novanta arrivano le privatizzazioni e i vincoli europei sugli aiuti di Stato; dal 2000 prevalgono incentivi orizzontali a investimenti e ricerca, il Piano Industria 4.0 (2016) e il PNRR.
Collegamento: l'effetto di queste politiche dipende da chi sono le imprese e dove si trovano. Le due lezioni successive guardano il sistema delle imprese da vicino.
27. Il sistema delle imprese dopo il doppio shock
Nel nuovo millennio l'ambiente delle imprese italiane diventa sempre più turbolento: concorrenza globale, moneta unica, tecnologie digitali, crisi. L'analisi territoriale osserva dove stanno le imprese. Molte sono nei distretti industriali, concentrazioni di piccole imprese di uno stesso settore in un'area, con fornitori, competenze e legami sociali condivisi: Prato per il tessile, Sassuolo per le piastrelle, la Brianza per il mobile. Il doppio shock è l'introduzione dell'euro, insieme alla globalizzazione, seguita dalla lunga crisi del 2008-2014. Il suo effetto è asimmetrico: non colpisce tutte le imprese allo stesso modo ma divide il sistema. Una minoranza di imprese medio-grandi, esportatrici e innovatrici, regge o cresce; molte imprese piccole, rivolte al mercato interno, si riducono o chiudono. Ne esce un tessuto produttivo più polarizzato.
Collegamento: un sistema fatto in prevalenza di piccole imprese ha conseguenze anche su come il reddito si divide tra le persone: la lezione 33.
28. La distribuzione del reddito in un'economia di piccole imprese
In Italia la grande maggioranza delle imprese è molto piccola e dà lavoro a una quota rilevante degli occupati. La lezione chiede che cosa questo significhi per la distribuzione del reddito. Quella funzionale misura come il reddito si divide tra lavoro (salari) e capitale (profitti e rendite); quella personale come si divide tra individui e famiglie, cioè quanta disuguaglianza c'è. Nelle imprese familiari e nel lavoro autonomo salario e profitto si mescolano, e i due redditi sono difficili da separare. Le piccole imprese tendono ad avere produttività e salari più bassi delle grandi, e il divario tra Nord e Sud resta. Il collegamento con il resto del corso è la produttività: dove le imprese sono piccole e investono poco, la produttività è più bassa, e con essa lo spazio per aumentare i salari.
Collegamento: dopo gli aspetti generali del sistema delle imprese, la lezione 34 mette insieme i pezzi con la filiera del Made in Italy come funziona oggi.
29. La filiera del Made in Italy oggi
La filiera è la catena di attività che porta un prodotto dalle materie prime al cliente: fornitura, progettazione, produzione, marchio, distribuzione. Per il Made in Italy le filiere principali sono quattro, spesso sintetizzate con le «quattro A». Pesano molto su esportazioni e occupazione manifatturiera e hanno elementi strutturali comuni: imprese piccole e medie, spesso familiari; reti di fornitori e distretti; forte vocazione all'export; il legame tra produzione, design e territorio, il «saper fare».
Schema — Le quattro A del Made in Italy
| Filiera | Fasi principali | Elementi distintivi |
|---|---|---|
| Abbigliamento e moda | Fibre e pelli, tessitura, confezione, marchio, vendita | Distretti, design, grandi marchi e molti subfornitori |
| Arredo-casa | Materiali, semilavorati, design, produzione | Artigianalità industrializzata, distretti come la Brianza |
| Alimentare e vini | Agricoltura, trasformazione, distribuzione, export | Legame con il territorio, denominazioni DOP e IGP |
| Automazione e meccanica | Progettazione, componenti, assemblaggio, assistenza | Beni strumentali per altre industrie, imprese medie esportatrici |
Un tema ricorrente è la difesa del marchio. L'Italian sounding è l'uso di nomi, immagini e colori che richiamano l'Italia per prodotti che non sono italiani, un fenomeno che sottrae mercato alle imprese che producono davvero in Italia. Va anche ricordato che «Made in Italy» non significa che tutti i componenti siano nazionali: molte filiere importano parte dei materiali e delle lavorazioni.
Collegamento: fin qui le lezioni hanno parlato di settori e di sistemi. Le ultime undici partono da un'impresa o da un settore e mostrano i concetti del corso nei fatti.
30. Lo Stato imprenditore: Iri, Eni e Alitalia
L'Iri (Istituto per la ricostruzione industriale) è creato nel 1933 per salvare le grandi banche e le imprese industriali che controllavano, travolte dalla crisi; diventa poi una holding pubblica che controlla acciaio, meccanica, telecomunicazioni, autostrade, trasporto aereo e marchi come Alfa Romeo, fino alla liquidazione del 2000. Il «marketing di Stato» è questo: imprese pubbliche che costruiscono marchio e rapporto con i clienti come le private, con in più obiettivi pubblici come occupazione e sviluppo del Mezzogiorno. Dall'Agip (1926) all'Eni (1953) il protagonista è Enrico Mattei: l'Eni sviluppa la rete di gas della Pianura Padana, apre stazioni di servizio con il «cane a sei zampe» e propone ai Paesi produttori di petrolio quote di profitto più alte di quelle delle grandi compagnie internazionali. Alitalia, fondata nel 1946 con capitale dell'Iri e di una compagnia britannica, è per decenni la compagnia di bandiera; con la liberalizzazione europea del trasporto aereo e le compagnie a basso costo perde il riparo pubblico, attraversa crisi e salvataggi e nel 2021 cessa l'attività, sostituita da ITA Airways.
Collegamento: alcuni marchi industriali sono passati per l'Iri. Le due lezioni successive guardano due storie di prodotto e di innovazione: l'automobile e la macchina da scrivere.
31. Alfa Romeo e Olivetti
L'Alfa Romeo nasce a Milano nel 1910 come A.L.F.A. e dal 1920 ha il nome attuale; costruisce la fama sulle auto sportive e da corsa e nel 1933 passa all'Iri. Nel dopoguerra, con la 1900 (1950) e la Giulietta (1954-1955), passa alla produzione di serie mantenendo il profilo sportivo; nel 1972 apre a Pomigliano d'Arco l'Alfasud, per portare industria nel Mezzogiorno, e nel 1986 è ceduta a Fiat. L'Olivetti è fondata a Ivrea nel 1908 da Camillo Olivetti, che nel 1911 presenta la prima macchina da scrivere italiana. Con il figlio Adriano, alla guida dal 1938, unisce design, ricerca e attenzione ai lavoratori. Nel 1959 presenta l'Elea 9003, il primo grande calcolatore italiano a transistor, e nel 1965 la Programma 101, considerata uno dei primi computer da scrivania. Ma nel 1964, dopo la morte di Adriano (1960) e in difficoltà finanziarie, cede il controllo della divisione elettronica alla General Electric. Il caso mostra che l'innovazione da sola non assicura la sopravvivenza: servono capitali e una strategia di lungo periodo.
Collegamento: in questi due casi il prodotto è la tecnologia. Nei due successivi il vantaggio è la marca: una famiglia di Alba e due stilisti milanesi.
32. Nutella e Dolce & Gabbana
La Nutella è il prodotto di Ferrero, azienda fondata ad Alba, in Piemonte, nel 1946. Dopo la guerra il cacao è scarso e caro, e la pasticceria piemontese usa le nocciole delle Langhe per una crema da spalmare: prima la pasta gianduja, poi la Supercrema (1951), infine nel 1964 il vasetto con il nome Nutella. Il caso mostra come un'impresa familiare possa costruire un marchio globale partendo da un ingrediente locale, controllando la produzione e investendo nell'immagine; dagli anni Sessanta la vendita si estende anche all'estero. Dolce & Gabbana nasce a Milano nel 1985 da due stilisti, Domenico Dolce e Stefano Gabbana. È l'altra faccia del Made in Italy: un marchio di moda che vende identità, costruita su riferimenti italiani e siciliani e su una comunicazione riconoscibile. Come in gran parte della moda italiana, la produzione si appoggia anche a una rete di laboratori e fornitori specializzati, mentre il valore sta nel marchio e nel design.
Collegamento: la marca è una leva dei singoli marchi. Altri due casi guardano interi settori, dove il vantaggio nasce dal territorio: turismo e agroalimentare.
33. Il settore turistico e l'agroalimentare italiano
Nel turismo l'Italia vende il proprio territorio: città d'arte, paesaggi, clima, cucina. Per l'economia la spesa dei turisti stranieri è un'esportazione di servizi, perché porta reddito dall'estero senza spostare merci. I punti deboli sono la concentrazione in poche località e in pochi mesi e la frammentazione in piccole strutture. L'agroalimentare è insieme un settore e una filiera del Made in Italy. Il vantaggio non sta nelle quantità ma nella qualità e nel legame con il luogo, protetti dalle denominazioni europee DOP, IGP e STG, di cui l'Italia ha il numero più alto dell'Unione europea. Le difficoltà sono la dimensione ridotta di molte aziende agricole e l'imitazione dei prodotti.
Collegamento: restano due lezioni che chiudono il programma con due ambiti di servizi: il rapporto tra banche, politica e marketing.
34. Banche e politica: il marketing fuori dai prodotti
Per decenni il sistema bancario italiano è regolato in modo rigido, con la specializzazione fissata dalla legge del 1936 e la concorrenza limitata. Le riforme del 1990 e il Testo unico bancario del 1993, insieme alla liberalizzazione europea, aprono la strada alla banca universale e a una vera competizione. Le banche iniziano a segmentare la clientela, a progettare prodotti per ciascun segmento, a fare pubblicità e, dalla fine degli anni Novanta, ad aprire il canale online: è il punto in cui i concetti di marketing incontrano i modelli bancari della lezione 8. Con la lezione su «marketing e politica in Italia» lo stesso strumentario viene applicato alla comunicazione politica tra Novecento e Duemila, e si può leggere come un passaggio in tre tempi: la propaganda dei partiti di massa, fatta di sezioni, comizi e manifesti; la televisione, che dagli anni Sessanta porta in casa le tribune politiche e cambia il linguaggio dei candidati; i canali digitali, con messaggi mirati a gruppi di elettori. Per chi studia marketing sono gli stessi concetti: segmentazione, posizionamento, messaggio, canale.
Didattica interattiva e testi consigliati
Secondo il programma, ogni CFU comprende 5 videolezioni di circa 30 minuti, ciascuna con una dispensa o i capitoli indicati di un e-book e un questionario di autoverifica, e 2 ore di didattica interattiva sincrona su piattaforma: sessioni live, webinar, lavori di gruppo e laboratori virtuali, in tre edizioni nel corso dell'anno accademico. Come testi consigliati, facoltativi, il programma indica tre volumi: Toninelli (a cura di), Lo sviluppo economico moderno (Marsilio, 2006), che accompagna la parte teorica e storica; Baldwin, Rivoluzione globotica (il Mulino, 2020), su globalizzazione, robotica e lavoro; Belfanti, Storia culturale del Made in Italy (il Mulino, 2019), per la parte sul Made in Italy. La base dello studio restano le dispense delle 45 lezioni.
Metodo di studio
- Tieni una mappa in tre livelli. Teoria (lezioni 1-10), storia e pensiero economico (11-24), Italia e Made in Italy (25-45): ritrovare il livello aiuta a ricordare l'argomento.
- Costruisci due linee del tempo parallele, una con gli eventi internazionali e una con quelli italiani: 1946 (Vespa), 1951 (CECA), 1957 (CEE), 1971 (fine di Bretton Woods), 1973 e 1979 (shock petroliferi), 1992 (crisi dello SME), 1999 (euro), 2008 (crisi finanziaria), 2012 (BCE).
- Associa ogni autore a una frase: Smith e la divisione del lavoro, Ricardo e il vantaggio comparato, Marx e il plusvalore, i marginalisti e l'utilità marginale, Keynes e la domanda effettiva, Friedman e la moneta, Schumpeter e la distruzione creatrice.
- Per ogni case study scrivi cinque righe: chi, quando, quale innovazione o marchio, quale mercato, come è finita.
- Fai i questionari di fine lezione, ma torna alle dispense. Sono un buon controllo sui concetti, non esauriscono il programma: dove sbagli, riapri la dispensa.
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Domande e dubbi frequenti tra chi si prepara a questo esame
- Com'è rispetto a Storia economica?
- Chi l'ha già sostenuto lo descrive come un misto: la parte storica e quella sul pensiero economico riprendono argomenti di Storia economica, a cui si aggiungono innovazione, Made in Italy e case study. Come in quella, non ci sono calcoli.
- Ci sono molti materiali oltre alle dispense?
- È un insegnamento recente e fuori dalla piattaforma si trova ancora poco, a parte i riassunti condivisi dagli studenti. Il punto di partenza è l'elenco delle 45 lezioni del programma ufficiale, che questa guida riordina e spiega.
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Come tutti gli esami Pegaso, Mercatorum e San Raffaele dal 2026: prova intermedia online (Lockdown Browser, da casa) seguita da prova finale obbligatoria in presenza per verbalizzare il voto definitivo.
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Come funzionano gli esami Pegaso, Mercatorum e San Raffaele →Quanto tempo serve
Il corso vale 9 CFU, cioè circa 225 ore di impegno complessivo calcolando le 25 ore per credito previste di norma. Con 45 videolezioni conviene prevedere 5-6 settimane: due per la parte teorica e la storia economica (lezioni 1-19), una per il pensiero economico (20-24), due per l'Italia e il Made in Italy (25-34), qualche giorno per i case study (35-45) e per il ripasso con le tabelle e le due linee del tempo. Chi ha già sostenuto Storia economica può accorciare la prima parte.
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È un esame a scelta e non è propedeutico ad altri, ma si collega a diverse materie di L18:
- Storia economica: il programma ne suggerisce il superamento prima, perché rivoluzioni industriali, crisi ed euro riprendono concetti già visti.
- Economia politica: le scuole di pensiero da Smith a Friedman sono la storia delle teorie che lì si studiano.
- Economia e gestione delle imprese: modelli di business, internazionalizzazione e filiere tornano in chiave aziendale.
- Modelli di analisi dell'economia circolare (Imprese Digitali ed ESG): approfondisce con la statistica applicata il modello circolare della lezione 17.
- Strategie d'impresa, un altro esame a scelta di area economica: i modelli di business, la diversificazione e le fusioni di questo corso sono lì analizzati con gli strumenti della strategia.
Gli altri esami a scelta sono nelle guide ai corsi L18 Pegaso e L19 Pegaso.
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Domande frequenti
Vale 9 CFU, con il codice 0602509SECSP12NM e 45 videolezioni. Nel piano 2026/2027 di Economia Aziendale L18 è un insegnamento a scelta. Lo indicano tra gli esami a scelta anche studenti di Scienze dell'Educazione L19, con lo stesso codice e lo stesso programma.
Il corso ha sei parti: innovazione e sviluppo (cicli, istituzioni, energia, finanza), storia dall'industrializzazione all'euro, economia circolare e PNRR, pensiero economico da Smith e Marx a Keynes e al monetarismo, economia italiana e Made in Italy dopo il 2008, undici case study tra cui Nutella, Olivetti, Alfa Romeo e Dolce & Gabbana.
Nel linguaggio economico il Made in Italy indica l'insieme delle produzioni italiane riconosciute all'estero per qualità, design e saper fare, soprattutto moda, arredo e casa, alimentare e meccanica. Nel corso non è una definizione giuridica ma un fenomeno storico: le lezioni 28 e 29 ne raccontano l'ascesa e il declino, la 34 la filiera di oggi, le lezioni da 35 a 45 sono case study.
Hanno lo stesso settore, SECS-P/12, e 9 CFU. Storia economica è un esame del primo anno e segue in ordine cronologico lo sviluppo economico, dalla prima espansione europea al capitalismo digitale. Storia dell'innovazione e del Made in Italy è a scelta, il programma suggerisce di aver sostenuto prima Storia economica, e parte dall'innovazione per arrivare all'economia italiana, al Made in Italy e a undici case study.
No. Storia dell'innovazione e dello sviluppo economico (codice 0602210SECSP12II, 10 CFU, 60 videolezioni) è un esame di piani L18 precedenti, con una storia economica più lunga e un'ampia parte sull'Italia, ma senza case study né lezioni sul Made in Italy. Storia dell'innovazione e del Made in Italy (0602509SECSP12NM, 9 CFU, 45 videolezioni) ha un programma nuovo: se ti passano materiale sul vecchio codice, confrontalo con l'elenco delle tue lezioni.
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Diversi studenti L19 lo indicano tra gli esami a scelta presi da altri corsi, con lo stesso codice 0602509SECSP12NM da 9 CFU e lo stesso programma degli studenti L18. Come inserirlo e quanti CFU ti servono dipende dal tuo piano di studi: verificalo in piattaforma prima di compilare le scelte.
Il corso vale 9 CFU, cioè circa 225 ore di impegno complessivo calcolando 25 ore per credito. Con 45 videolezioni conviene prevedere 5-6 settimane: due per teoria e storia, una per il pensiero economico, due per l'Italia e il Made in Italy, qualche giorno per i case study e il ripasso. Chi ha già sostenuto Storia economica può accorciare la prima parte.